Terry Brooks

"A volte la magia funziona"

Mondadori,Milano, 2003

[SAGGISTICA]



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Terry Brooks, autore del celebre “La spada di Shannara” e di una lunga lista di fantasy di successo, mette a disposizione la sua esperienza scrivendo un breve manuale autobiografico nel  quale mescola consigli tecnici ad aneddoti personali. Si tratta di un’operazione simile a “On writing” di Stephen King – o, ancora meglio, un’alternativa a “On writing”: le differenze tra i due libri si articolano sulle differenze caratteriali tra Brooks e King, che raccontano la stessa cosa in modo diverso. Il paragone tra le due opere sorge spontaneo, ma per molti versi Brooks ne esce vincitore.

Se lo si prende nell’ottica del manuale di scrittura per esordienti, infatti, “A volte la magia funziona” potrebbe essere il più utile. Se King è stato forse troppo autoreferenziale, Brooks riesce a “universalizzare” i punti cardine della propria esperienza in modo che possano essere largamente condivisi e riapplicati, analizzando la pratica della scrittura attraverso una serie di regole che espone nel suo libro.

Oltre a narrare la propria esperienza di vita (Brooks abbandonò la carriera di avvocato per dedicarsi al fantasy e, come candidamente ammette, “La spada di Shannara” ebbe immediato successo per un colpo di fortuna: si trovò al posto giusto nel momento giusto), l’autore dedica interi capitoli al riassunto per punti fermi delle regole da seguire quando si scrive un romanzo.

Partendo dal presupposto che “Il lettore vuole veder succedere qualcosa, tra la pagina uno e la quattrocento […]”, Brooks si cimenta in un divertente fake novel inventato per l’occasione (le improbabili avventure di Maud Manx contro Attila Finch), dal quale ricava le sue direttive di base:

  1. scrivi di quello che sai;
  2. i vostri personaggi devono comportarsi in modo credibile;
  3. il protagonista deve affrontare una sfida che richiede determinazione
    [più in generale  parlerei di “conflitto”, di qualunque genere esso sia, N.d.R.];
  4. movimento uguale crescita, crescita uguale cambiamento; senza cambiamento non succede niente;
  5. mostra, non descrivere
    [e qui Brooks, dopo un’ottima introduzione, è riuscito a creare un esempio illeggibile del “mostrare” e uno discreto del “raccontare”… ma gli si abbuona, N.d.R.];
  6. nel descrivere i personaggi, evita la lista della spesa;
  7. i personaggi devono sempre essere presenti in una storia per qualche motivo;
  8. i nomi sono importanti ;
  9. non annoiare il lettore
    [la regola più inflazionata, e anche quella più ignorata, N.d.R].

Per quanto riguarda gli aneddoti sulla sua vita e – soprattutto – sulla sua carriera, Brooks si toglie qualche sassolino dalla scarpa (l’esperienza con il romanzo tratto da “Hook – Capitan Uncino”) e ne racconta altri con soddisfazione (l’incontro con George Lucas e la stesura del romanzo “La minaccia fantasma”… qui sfido chiunque a non morire d’invidia).

Anche le vicissitudini con i romanzi successivi a “La spada di Shannara”, la fondamentale collaborazione con il suo editor (che gli bocciò il secondo romanzo e poi lo aiutò a riscriverlo da capo), gli errori che gli hanno insegnato qualcosa sono una interessante e istruttiva lettura per un esordiente, soprattutto perché illustrano molto di quello che c’è dietro la pubblicazione di un libro, le dinamiche editoriali e le figure professionali a cui l’autore si affida per lavoro.

Brooks tira le somme di una carriera con una splendida riflessione (il grassetto è mio):

Ho dovuto scrivere varie migliaia di pagine e cominciare molte storie che ho ancora nel cassetto, incompiute, prima di arrivare a capire cosa poteva funzionare per me. Ho cominciato la mia ricerca leggendo tutto ciò che mi interessava, perché la lettura era la mia cartina stradale verso il possibile. […] Poi ho cercato di scrivere come loro, sperimentando il loro stile e il loro tipo di storie. Ѐ quello che fanno i giovani scrittori alla ricerca di un’identità: si provano gli abiti degli scrittori di successo per vedere se qualcuno gli va bene.

Tornando al paragone con “On writing”, Terry Brooks non ha la verve di Stephen King (personalmente ho apprezzato “On writing” più come autobiografia che come manuale), ma è bravo a centrare il punto, tenendo presente che si rivolge soprattutto a un pubblico di aspiranti scrittori.

Concludo infatti con un’altra citazione dal testo, interessante perché va a toccare alcune credenze che sono alla base di scelte frettolose o sbagliate (senza girarci troppo intorno: la vanity press):

Se credete che dopo aver pubblicato un libro sarete una persona più felice, vi sbagliate. Se siete convinti che il libro finito abbia più valore di quanto avete imparato scrivendolo, vi sbagliate di nuovo. Se ritenete che denaro e fama siano la ragione più importante per scrivere e pubblicare, avete bisogno di un consulto psichiatrico.

Terry dixit.

 

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