TOM ROB SMITH
"Bambino 44"
Sperling & Kupfer, Milano 2009
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“Bambino 44” è un thriller che segue tutte, o quasi, le regole auree del Bestseller / Blockbuster.
Per prima cosa, è di lettura facile e veloce. Il linguaggio è chiaro, semplice, e lo stile è avvincente, davvero avvincente. Il ritmo è rapido, ben gestito, i colpi di scena si susseguono e nelle scene dove non c’è azione (i cosiddetti momenti di raccordo tra un fuoco d’artificio e l’altro) la tensione è mantenuta alle stelle, grazie anche all’ambientazione scelta dall’autore per la sua storia.
L’unione sovietica del periodo stalinista è infatti un setting che garantisce più di uno spunto a uno scrittore in gamba, qualsiasi cosa significhi in gamba.
In questo caso, Tom Rob Smith è in gamba nel descrivere il clima di sospetto e di precarietà che permea le vite di tutti, sospese tra la finzione più smaccata di fedeltà e fanatismo e il terrore, il pericolo sempre costante della delazione e dell’arresto da parte di qualcuno più fanatico o più terrorizzato di te. I vicini di casa si spiano, perché se c’è un traditore il suo vicino è il primo che potrebbe venire accusato di averlo coperto o non adeguatamente sorvegliato; per le strade non si parla, non ci si guarda in faccia; i bambini preferiscono non essere ricordati dalle maestre, perché anche il nome, il semplice distinguersi dal mucchio può esporre troppo; per non parlare di cosa accade nel caso di un arresto, dove l’accusa è ininfluente, i giochi sono fatti, ma una sana dose di tortura non si rifiuta ugualmente a nessuno.
Questa situazione sociale invivibile e traumatizzante è resa splendidamente da Smith, che sceglie come protagonista un funzionario della polizia sovietica (e di quella più temuta, che si occupa della “Sicurezza dello Stato”, in soldoni dell’epurazione di ogni possibile sospetto traditore) per metterci a parte del meccanismo perverso su cui si regge il sistema del sospetto.
Proprio nel protagonista e in generale dagli elementi meno “grandi” dell’intreccio sta però la debolezza del romanzo, che, oltre al valore dell’ambientazione e alla capacità di dipingere qualche scena al cardiopalma e qualche altra immagine “cattiva”, non ha altri punti a suo favore.
I personaggi sono poco realistici, un po’ vuoti, senza moventi verosimili; a partire da Leo Stepanovic Demidov che a pagina 1 è un funzionario integerrimo e agguerrito e a pagina 3, al primo problema dell’intreccio, comincia già a scricchiolare. Il suo cambiamento da cerbero a contestatore è repentino e serve più allo scrittore, per far apparire il suo eroe come buono a prescindere dal punto di partenza, che alla trama in sé; il suo antagonista, il poliziotto cattivo, ha una psicologia inesistente; la moglie Raisa è forse l’unica ad avere una dimensione psicologica più ricca, ma le notizie che la riguardano sono distribuite in modo “spettacolare” e poco razionale, e il personaggio che ci viene presentato all’inizio è completamente diverso da quello che apprendiamo essere alla fine; e il serial killer è quasi ridicolo.
La storia di Bambino 44 è tratta liberamente da quella vera e famigerata del "mostro di Rostov", una persona che subì inenarrabili abusi e ne inflisse altrettanti e peggiori a decine e decine di bambini, li uccise, infierì orrendamente su di loro: una storia terribile quanto solo la realtà, alle volte può essere. Nel libro, Smith rielabora questa traccia per costruire una figura debole e dai moventi inverosimili e farraginosi (anche qui, sembra servano più allo scrittore per far quadrare tutto che alla trama o alla sua veridicità); gli unici tratti verosimili della figura del serial killer sono quelli, ahimé, che Smith ha mutuato direttamente dalla realtà, dal profilo del vero assassino, il resto è un pastone assurdo.
Anche l’intreccio ha diversi problemi di aderenza alla realtà e verosimiglianza. Tralasciando scene di azione che sono piuttosto spericolate ma in un libro simile ci possono anche stare (altra Regola Aurea del Bestseller, appunto), altre svolte meno spettacolari della trama faticano a reggere; spicca il finale, con spiegoni vari e mega lotta tra il bene e il male tutti-contro-tutti, seguita da un tripudio che ha sfumature inaspettate, ma niente di più.
Una nota positiva del romanzo, comunque, mi sento di sottolinearla: è la netta preferenza dell’azione sul pulp. Preferisco di gran lunga leggere una fuga da un treno in corsa dalla quale si esce illesi, piuttosto che una lunga serie di torture serialkilleriste a vittime inermi. Qui manca l’amore per il sangue innocente e per la tortura ultraperversa, un aspetto che ha fatto la fortuna di molti altri testi ma che come lettrice e anche come critica deploro fortemente. E sì che a partire dal "mostro di Rostov", di materiale e di pretesti ce ne sarebbero stati (e sul film che faranno dal libro, prevedo guai).
In “Bambino 44” la violenza c’è, ci sono anche soprusi, torture ed esecuzioni terribili, ma sempre poste in una cornice più ampia e nella rappresentazione di un contesto sociale vero e preciso. Leggendo questo thriller ne apprezziamo il messaggio: anche il profilo del più sanguinario serial killer impallidisce di fronte al fantasma oscuro di un dittatore, e alla stortura di un sistema di oppressione violento, totalitario e assolutamente schizofrenico, che divora i suoi figli e figlie e genera tanto, troppo dolore.
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