STUDIO83

ESORDIAMO!
 
 
Fabrizio Bianchini
La banda del grano
Cicorivolta, 2006

Inizio dalla fine, vale a dire dai ringraziamenti. Al termine del romanzo, infatti, l’autore Fabrizio Bianchini dedica alcune righe ai suoi lettori: “[…] Infine, tutti voi che avete voluto condividere questa storia con me, nella speranza di essere riuscito a trasmettervi almeno una piccola parte delle emozioni che ho provato durante la stesura; se avete sorriso, se vi siete commossi, se avete trovato degli spunti su cui riflettere, allora il mio sforzo ha avuto uno scopo.”

Se il fine principale de “La banda del grano” è questo, bisogna dire che l'autore lo raggiunge facilmente. Il punto di forza del romanzo d’esordio di Bianchini, infatti, è un intenso sottotesto emozionale, non sempre scontato quando si parla di narrativa; non si tratta solo di descrivere, ma di evocare, e per farlo è necessaria una padronanza del mezzo espressivo che, per sua fortuna, l’autore possiede.

A rendere più immediata la fruizione del romanzo, sotto questo aspetto, è la scelta di un immaginario e di un bagaglio emozionale condiviso, in grado, proprio in virtù di ciò, di coinvolgere il lettore: da un lato fa leva su un’esperienza comune che crea un punto di accordo tra autore, narratore e lettore (l’infanzia e lo “strappo” che porta inevitabilmente alla crescita); dall’altro rielabora questo bagaglio condiviso trasformandolo nella fiction in senso più stretto (la storia di un gruppo di tredicenni sorpresi, nell’età dell’innocenza, dall’inatteso contatto con la morte e con i sentimenti di un mondo più adulto).

Esattamente come auspica l’autore in appendice al romanzo, infatti, con “La banda del grano” si ride, si sorride, si piange e, attraverso lo sguardo del protagonista, si rivivono pensieri e sensazioni dell’età pre-adolescenziale; allo stesso tempo, però, si segue lo svolgersi degli eventi mantenendosi sempre un passo dietro il narratore, aspetto importante se consideriamo che parte dell’impostazione de “La banda del grano” ricalca quella del racconto giallo. Le distanze che l’autore prende da questo genere sono comunque chiare, e la scelta sembra – piuttosto – quella di rendere la struttura del giallo funzionale al tema principale del romanzo: i personaggi non sono al servizio del processo di soluzione dell’enigma; viceversa, è questo percorso che completa la caratterizzazione e l’evoluzione del protagonista e di chi lo circonda. Anche da questo punto di vista, quindi, il romanzo può dirsi riuscito.

A mio avviso, c’è un solo un neo che pesa su “La banda del grano”: si tratta della soluzione dell’enigma, che l’autore risolve in modo un po’ imprudente; ben vengano scelte che in Italia (e nel mainstream) sono poco consuete, come l’inserimento dell’elemento soprannaturale, ma se nella stessa equazione ci sono A) un piccolo paese pieno di segreti e drammi nascosti e B) una banda di ragazzini alle prese con la morte e il mistero, il rischio di suonare (almeno sulla parte finale) come un certo horrorista di Castle Rock è alto. In questo caso, il pericolo è che il lettore travisi e che prenda l’autore per un aspirante Stefano Re de noantri, cosa che dubito fosse nelle intenzioni di Fabrizio Bianchini (il quale, è bene precisarlo, ha comunque una sua cifra stilistica personale: le assonanze con King si limitano a questo aspetto della soluzione finale).

Tuttavia, questo neo non toglie al romanzo la sua bellezza: “La banda del grano” è un libro che merita di essere letto e vissuto e che, senza dubbio, ripaga bene l’attenzione del lettore.

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