STUDIO83

ESORDIAMO!
 
 
Nino G. D'Attis
Montezuma airbag your pardon
Marsilio, Venezia, 2006

In un famoso aforisma, D.H. Lawrence afferma che il mestiere del critico consiste nel salvare l’opera d’arte dal suo creatore. Nel caso di “Montezuma”, dovremmo ribaltare la questione, e tentare di salvare l’autore da un’opera che, nel trionfo della sua volontà di potenza, si dimostra prevedibilmente fiacca e banale.

Partiamo, per una volta, dalla fine: i ringraziamenti. Fa molto piacere leggere le parole d’amore che l’autore dedica alla propria musa, dopo un centopagine di delirio misogino, sessuomane, egotico… banale inferto al lettore. Suona invece un po’ sospetto che, oltre al rimando a Edward Bunker (autore che unisce il racconto autobiografico di un riscatto impossibile e doloroso  a una concreta ricerca stilistica), manchi ogni menzione a Chuck Palahniuk, che, più che ispiratore di “Montezuma”, ne è la vittima di plagio (l'autore lo cita però in un'intervista).

Chiunque abbia letto più di un romanzo di Palahniuk, riconoscerà in “Montezuma” le identiche caratteristiche:

  1. il protagonista-voce narrante parla di sé in prima persona attraverso un flusso di coscienza primitivo, sia per quanto riguarda gli impulsi a cui dà voce, sia da un punto di vista squisitamente letterario;
  2. occasionalmente, il protagonista si rivolge a se stesso utilizzando la seconda persona singolare, in una sorta di vocativo espanso e auto-narrante;
  3. in questa struttura apparentemente nuova, non mancano moduli tipici del romanzo in prima persona: il sogno, il flashback improvviso, la voce fuori campo dei pensieri;
  4. a parte il protagonista, non ci sono altri personaggi psicologicamente rilevanti: gli attori della vicenda sono citati e filtrati dalla proto-psicologia della voce narrante;
  5. questa psicologia dominante è distorta, tra le cause: alcool, droga, nevrosi ossessive, psicosi. Più la narrazione va avanti, peggio si riduce il protagonista;
  6. è dedicata una grande attenzione alle merci: ci sono lunghi elenchi di prodotti, nomi di celebrità-feticci, enunciati lunghi e irrilevanti dedicati a cose, lo stesso essere umano è programmaticamente paragonato alla merce: idea valida, solo un po’ vecchiotta;
  7. oltre a quelle di personaggi, mancano le descrizioni di luoghi - che non siamo elenchi di merci. Invece c’è una grande profusione di dettagli rivoltanti, triviali, devianti, aberranti, disgustosi. Sono tanti, lo scopo forse è produrre shock, il risultato è il tedio;
  8. come in ogni feuilleton che si rispetti, però (ormai è chiaro che di questo sto parlando, una merce letteraria di cui cibarsi senza eccessivi scossoni), il protagonista ha tanta rabbia dentro: e non c’è rabbia senza trauma, non c’è “trauma” senza “infantile”;
  9. l’autore intende rendere il protagonista un essere odioso, e ci riesce magnificamente.

Questo è “Montezuma” di D’Attis; questi sono “Fight Club”, “Invisible Monsters”, “Choke”, e così via, di Palahniuk. Lasciamo da parte ogni discorso sociologico sulla povertà spirituale dei nostri tempi, il potere degli oggetti, la televisione, la mercificazione, si stava meglio quando si stava peggio: ogni lettore avveduto sa che per parlare di povertà interiore è necessaria una scrittura doppiamente ricca, per parlare di abbrutimento abbrutirsi non serve a nulla. Altrimenti, questo è ciò che accade per “Montezuma”, l’opera diventa solo una triste dimostrazione di ciò di cui vorrebbe parlare.
Dunque, non posso fare a meno di pormi la domanda fondamentale che simili prodotti suscitano: ne avevamo davvero bisogno?

P.S. La mia è una recensione piuttosto dura. Posso sbagliarmi: qui trovate la pagina di Marsilio con una rassegna stampa, qui il sito del romanzo, e basta cercare su Google per trovare opinioni completamente diverse. Come sempre raccomando, la cosa migliore è leggere l’opera e farsi una propria idea.
E ai posteri l’ardua sentenza.

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