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Nino G. D'Attis Montezuma airbag your pardon Marsilio, Venezia, 2006 |
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In un famoso aforisma, D.H. Lawrence afferma che il mestiere del critico consiste nel salvare l’opera d’arte dal suo creatore. Nel caso di “Montezuma”, dovremmo ribaltare la questione, e tentare di salvare l’autore da un’opera che, nel trionfo della sua volontà di potenza, si dimostra prevedibilmente fiacca e banale. Partiamo, per una volta, dalla fine: i ringraziamenti. Fa molto piacere leggere le parole d’amore che l’autore dedica alla propria musa, dopo un centopagine di delirio misogino, sessuomane, egotico… banale inferto al lettore. Suona invece un po’ sospetto che, oltre al rimando a Edward Bunker (autore che unisce il racconto autobiografico di un riscatto impossibile e doloroso a una concreta ricerca stilistica), manchi ogni menzione a Chuck Palahniuk, che, più che ispiratore di “Montezuma”, ne è la vittima di plagio (l'autore lo cita però in un'intervista). Chiunque abbia letto più di un romanzo di Palahniuk, riconoscerà in “Montezuma” le identiche caratteristiche:
Questo è “Montezuma” di D’Attis; questi sono “Fight Club”, “Invisible Monsters”, “Choke”, e così via, di Palahniuk. Lasciamo da parte ogni discorso sociologico sulla povertà spirituale dei nostri tempi, il potere degli oggetti, la televisione, la mercificazione, si stava meglio quando si stava peggio: ogni lettore avveduto sa che per parlare di povertà interiore è necessaria una scrittura doppiamente ricca, per parlare di abbrutimento abbrutirsi non serve a nulla. Altrimenti, questo è ciò che accade per “Montezuma”, l’opera diventa solo una triste dimostrazione di ciò di cui vorrebbe parlare. P.S. La mia è una recensione piuttosto dura. Posso sbagliarmi: qui trovate la pagina di Marsilio con una rassegna stampa, qui il sito del romanzo, e basta cercare su Google per trovare opinioni completamente diverse. Come sempre raccomando, la cosa migliore è leggere l’opera e farsi una propria idea. |
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ESORDIAMO!

