“La crocifissione delle illusioni” riporta in apertura una nota dell’autore che recita:
“Sono consapevole delle difficoltà che eventuali lettori troveranno nel seguire il racconto nella sua interezza, me ne scuso sin da ora. Purtroppo non conosco altro modo per presentare un addio.”
Il problema de “La crocifissione delle illusioni” è tutto qui, e non so se il fatto che l’autore se ne mostri consapevole sia un bene o un male. Il romanzo non è un romanzo vero e proprio, dato che manca un intreccio – se c’è, è incomprensibile: è piuttosto un percorso a ostacoli, a tratti piacevole e stimolante, ma spesso semplicemente illeggibile. Per apprezzarlo, bisogna leggerne massimo un capitolo al giorno, in silenzio e con molta attenzione, e possibilmente rileggerlo.
L’autore ha scelto la strada più difficile in assoluto: quella della prosa poetica, che è uno stile avaro di definizioni, ancor più di regole, e si regge interamente sulla maestria di chi scrive, che deve riuscire a conciliare opposti non in conflitto, ma ardui da padroneggiare. È un discorso a cantilena che necessita di un’immediatezza maggiore di quella del verso, di più musicalità e, nonostante ciò che suggeriscono le apparenze, di più rigore.
Infatti, la ripartizione poetica delle sillabe e l’a capo del verso, lungi dall’essere limiti, sono strumenti di lavoro, spartiacque che permettono al poeta di strutturare il senso: in loro mancanza, lo scrittore deve stare attento a mantenere una struttura coesa e comprensibile senza debordare nel delirio. Non troverete facilmente manuali o trattati sulla prosa poetica: per metterla in atto, il mezzo più sicuro è la lettura attenta dei maestri del genere, come Dino Campana. E una cinquantina di anni di esperienza.
Mi trovo qui a sottolineare un aspetto su mi sono già soffermata in altre occasioni: quando si è alle prime armi, cioè alle prime pubblicazioni, scegliere la strada più difficile è sintomo di incoscienza, più che di coraggio.
In vita mia, non ho mai messo un paio di sci, e quando avverrà – spero mai – non mi getterò a capofitto in pista nera, ma mi affiderò a un istruttore e mi metterò in coda ai bambini. La mia inesperienza salterebbe all’occhio in ogni caso, e rischiando di rompermi l’osso del collo sembrerei non solo inesperta, ma anche poco realista.
La scrittura è un’urgenza, un dono, un talento, ma è anche una tecnica, un’abilità con regole e strumenti propri, e non capisco perché non debba valere lo stesso discorso.
Con questo, non intendo dire che non si debba provare: gli insuccessi servono quanto i successi. In generale, però, ci si augura che uno scrittore riempia il cassetto di insuccessi e tenti di pubblicare ciò che più si avvicina a un centro, perché il lettore, come lo sciatore esperto che chiede solo di fare la sua strada senza essere travolto dalla mia slavina, leggendo chiede di avere un’esperienza: se non bella, se non piacevole, sicuramente proficua, e aprire un libro, e leggerci che lo scrittore stesso non è sicuro di presentare qualcosa di compiuto, non lo dispone al meglio.
“La crocifissione delle illusioni” dovrebbe essere, se ho capito bene, una specie di romanzo di formazione. L’autore afferma di voler presentare alcune questioni personali legate a illusioni che intende poi andare a disvelare, da qui il titolo, ma non va a narrare nulla, preferendo la strada del mostrare.
“La crocifissione delle illusioni”, se vogliamo, è una sequenza di descrizioni, alcune molto ben riuscite, altre suggestive, altre noiose e altre ancora incomprensibili. Ci sono ambienti, sogni, emozioni, sensazioni, ricordi, senza soluzione di continuità... qualsiasi accadimento è ben nascosto, perciò l’opera risulta un lungo esercizio di stile.
Non ho nulla contro gli esercizi di stile: ma è bene sapere che si prestano alla critica molto più di una bella storia. Quest’ultima può essere scritta un po’ male, ma recuperare in originalità o tensione o emozione; l’art pour l’art invece deve essere inappuntabile. Per questo affidarsi alla forma è una mossa azzardata per un esordiente, perché è solo l’esperienza che riesce a dare spontaneità allo stile più complesso ed elaborato.
In mancanza della perizia (che dà accuratezza, sicurezza e la capacità di ottenere, scrivendo, l'effetto che si ha in mente, non qualcosa che ci vada solo vicino) si ha un manierismo vuoto, legnoso e goffo. Anche la goffaggine è un difetto fisiologico dello scrittore esordiente; e non è un problema in sé, se se ne è consapevoli e si cerca di compensare in altri modi. La prosa poetica non è esattamente un buon modo.
“La crocifissione delle illusioni”, come ho già detto, è un esercizio di stile, non sempre riuscito. Ma paradossalmente è lo stile il suo punto di forza, perché la storia è quasi indecifrabile. A complicare le cose, vi si leggono comunque la voglia e l’urgenza che lo scrittore ha di esprimersi, di far capire qualcosa: questo bisogno traspare e dà al discorso un tono incalzante, urgente, contagia il lettore con un ritmo febbrile dispiegato invano, perché non va a soddisfarne la necessità indotta.
La prosa è alle volte ben condotta, De Santis crea periodi e descrizioni di impatto e molto musicali, dà vita ad accostamenti piacevoli. Quando però lo stile cede, il discorso diventa confuso, alle volte cade nella banalità, e rivela un altro difetto abbastanza tipico dell’esordiente: il debordare della personalità dell’autore su quella dell’io narrante, che investe il lettore con la sfilata di sé stesso e del suo ego.
Qui mi ripeto di nuovo, voglio farlo in un modo un po’ brusco, ma chiaro: al lettore non interessa nulla delle emozioni di chi scrive, delle sue esperienze, del percorso più o meno sofferto e delle epifanie adolescenziali, se per leggerle deve soffrire, se deve scalare un muro perché lo scrittore non è capace di coinvolgerlo, o peggio, non vuole. De Santis è onesto, e consiglia a chi non ci capirà nulla di “lasciarsi trasportare dai suoni, dagli odori, dalle sensazioni mostrate pagina per pagina”, ma se poi lascia che sia il lettore a dover fare tutto il lavoro da solo, non ha mantenuto nemmeno le sue seppur minime promesse.
“La crocifissione delle illusioni” è un tentativo interessante, ma secondo me non sarebbe stato ancora pronto per la pubblicazione. Abbreviato, ripulito dalle ridondanze, asciugato da almeno un terzo di vocaboli, sinonimi, puntini e sregolatezze, di sicuro ci avrebbe guadagnato. A mio avviso inoltre le potenzialità dello stile di De Santis, che ci sono, emergerebbero di più in lavori brevi, brevissimi, che non diluiscano in chiacchiere e imperizia l’effetto fulminante a volte raggiunto con anafore, onomatopee e allitterazioni ben gestite e distribuite.
|