Questa breve opera di narrativa non è un romanzo tradizionale: ma il tentativo espressivo portatovi avanti è troppo disordinato per meritare il titolo di “sperimentale” che appare nella quarta di copertina.
“Black Notes” racconta, servendosi di un grossolano flusso di coscienza, la vita irrisolta di un individuo il cui problema principale è l’abulia e la mancanza di slancio, alla quale reagisce un tentativo alla volta, quasi nascondendolo anche a se stesso. Estavio rende bene il problema della mancanza di prospettive esistenziali, che non è esclusivo della provincia: piuttosto, è un’attitudine generale alla vita, che non contempla la possibilità di rischiare qualcosa per mettersi in gioco. L’autore definisce il suo protagonista "un individuo palesemente schizofrenico": ma la schizofrenia è una classe di malattie psichiatriche che comporta una visione distorta della realtà e il dibattersi della mente tra forme di psicosi e di nevrosi. Il protagonista di “Black Notes” è esattamente il contrario: è anche troppo lucido nel suo cinismo pantofolaio, ma non si dibatte; troppo spesso gli accadimenti esterni lo attraversano come fosse un passino con l’unico, sporadico risultato di farlo rodere interiormente.
Estavio conduce abbastanza bene questo encefalogramma piatto, alternando momenti di lucidità a sogni, riflessioni e piccoli avvenimenti che intaccano appena la flemma del protagonista: al di sotto della voce narrante che si trascina un paragrafo dopo l’altro, l’ironia dell’autore conduce un gioco allo smascheramento e salva il lettore dalla noia, anche se non sempre. L’autore se la cava bene con la resa del pensiero fatto di frasi fatte, intercalari, anafore e onomatopee, e questo “gioco” prettamente linguistico è il pregio del breve romanzo: il suo difetto è che avrebbe dovuto essere ancora più breve.
Il flusso di coscienza è uno strumento narrativo difficile: se non è limato a sufficienza finisce con lo stancare il lettore, imprigionato in una sequela di pensieri da snocciolare come grani di rosario. La lunghezza annacqua l’ironia, e il fatto che durante gran parte del romanzo non succede praticamente nulla non aiuta.
Oltre all’aspetto narrativo, quello che penalizza davvero “Black Notes” è la (non) veste redazionale, che non getta una buona luce sulla Magnetica Edizioni. Un’azienda che si dice casa editrice, ma dimostra di non avere nemmeno aperto l’opera alla quale mette il proprio marchio, trascina anche l’autore nella propria mancanza di serietà.
“Black Notes” non ha una veste redazionale: a partire dalla gestione degli spazi, della punteggiatura, dei paragrafi, dei font (qualunque redattore avesse aperto “Black Notes” prima della stampa avrebbe almeno avvertito l’autore dei font illeggibili nel testo), rende la lettura di “Black Notes” una corsa a ostacoli.
Se questo era l’intento dell’autore, ripeto che sperimentazione è il contrario di sregolatezza. Il caos grafico di “Black Notes” irrita il lettore, ne ostacola la comprensione e ne blocca sul nascere qualsiasi coinvolgimento… non vedo come un autore possa augurarsi qualcosa di simile per la propria opera. Anche gli errori di grammatica sparsi qua e là confermano che se “Black Notes” fosse stato più corto, sarebbe stato più gestibile per l’autore, e avrebbe messo in risalto le qualità della scrittura di Estavio, un po’ meno i suoi difetti e l’inadeguatezza di una tipografia con velleità contenutistiche. |