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Giovanna Giolla, Vermi - diario d'amore Tea, Milano 2006 |
"Vermi"è un prodotto curioso. Più che un romanzo che vorrebbe parlare di ossessione e di contrasti, sembra una lista di appunti per la stesura vera e propria dell’opera; più che un quaderno di viaggio è una serie di istantanee, un po’ confusa a dire il vero, e a tratti abbastanza scontata. La trama è semplice e questa sua semplicità dovrebbe permettere alla Giolla delle variazioni sul tema, che però risultano piuttosto fiacche e, data la scarsa originalità, davvero poco “variate”. Il giornalismo americano ci ha insegnato che per raccontare fatti accaduti e renderli letteratura è necessaria una dose massiccia di fiction: anche se “Vermi” è un romanzo e non è obbligato ad avere verosimiglianza, incappa ugualmente nella bidimensionalità. Il viaggio in India viene raccontato con uno stile sincopato, frammentato, molto visivo e, dopo qualche pagina, anche molto ripetitivo. Certo può essere giustificato dalla condizione della protagonista, dalla sua confusione e il suo vagare incerta in cerca di conferme, di un’epifania o di una nuova ossessione che le permetta di rimpiazzare quella per Davide (che infatti trova: quella per se stessa). I continui flashback, però, si ripetono praticamente un capitolo sì e uno no, e questa gestione un po’ sciatta della linea temporale del racconto non gioca sicuramente a suo favore, provocando stanchezza nel lettore. Stanchezza confermata anche dall’eccessiva frammentarietà del discorso narrante, troppo convulso e paratattico che, se da un lato rende possibile immedesimarsi nello stato della protagonista, dall’altro lascia al lettore l’onere di ricostruire ciò di cui si parla. In un’intervista la Giolla afferma di essere figlia della televisione e di voler raccontare per immagini: ma enunciare dati sensoriali uno dopo l’altro, rendendoli ognuno un capoverso a se stante, ottiene l’effetto opposto, ovvero quello di spezzare la narrazione e renderla piatta e superficiale (che è poi uno dei grandi limiti della televisione). Il lettore è costretto a immaginare ogni cosa enunciata e non descritta, a cercarsi sul glossario in coda al romanzo (anche questa scelta piuttosto discutibile) ogni parola indiana pronunciata e non spiegata. Insomma, per fare una torta non basta mettere gli ingredienti giusti nel forno, bisogna dosarli e combinarli secondo regole precise, e per raccontare (anche per immagini) non basta dire delle immagini: anche la narrazione ha le sue regole e una storia va condotta insieme al lettore, in un movimento a doppio senso in cui lo stile è personale, ma le regole devono essere condivise. Per poter “scrivere in modo immediato” (questa sembra l’ambizione della Giolla) bisogna prima provare e conoscere ogni genere di mediazione per poi superarla, cosa che non ci sembra faccia l’autrice, almeno a leggere alcuni suoi racconti. Anche la trama in sé, i personaggi sofisticati fino alla caricatura, le scene di sesso “fàmolo strano” (ormai immancabili in opere di un certo tipo), confermano l’impressione che, più che un romanzo, “Vermi” sia un progetto di romanzo, un’interessante dichiarazione di intenti che aspetta di essere trasformata in letteratura da uno sguardo meno ingenuo e da uno stile meno acerbo di quello che vi si legge. |
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ESORDIAMO!





