STUDIO83

associazione culturale per scrittori esordienti

ESORDIAMO!
 
vermi  
Giovanna Giolla, Vermi - diario d'amore
Tea, Milano 2006

"Vermi"è un prodotto curioso. Più che un romanzo che vorrebbe parlare di ossessione e di contrasti, sembra una lista di appunti per la stesura vera e propria dell’opera; più che un quaderno di viaggio è una serie di istantanee, un po’ confusa a dire il vero, e a tratti abbastanza scontata.

La trama è semplice e questa sua semplicità dovrebbe permettere alla Giolla delle variazioni sul tema, che però risultano piuttosto fiacche e, data la scarsa originalità, davvero poco “variate”. 
Monserrat è una giovane scrittrice che trova lavoro in un call center erotico, popolato di procaci ninfomani che si eccitano intrattenendo i clienti, dirette da una imprenditrice un po’ sciura e un po’ mistress. La prima telefonata che Monserrat riceve è quella di Davide, che incontra quasi subito e con cui inizia una relazione basata su un amore distorto, venato di possesso e volontà di potenza; questa situazione la porta a voler fuggire da Milano, simbolo dell’aridità e dell’alienazione della vita moderna, verso la classica meta di-chi-vuole-fuggire-dalla-vita-moderna: l’India. È dall’India che si apre il racconto di Monserrat, che in continui flashback rievoca la sua storia con Davide, il triangolo con una improbabile body-artist ex dell’uomo, e vari sprazzi altrettanto improbabili di vita milanese.
“Improbabile” non significa “inverosimile”: Giovanna Giolla nella vita è una viaggiatrice e quello che racconta in “Vermi” potrebbe essere accaduto davvero: il problema è che è raccontato in un modo talmente goffo e autocompiacente da renderlo improbabile.

Il giornalismo americano ci ha insegnato che per raccontare fatti accaduti e renderli letteratura è necessaria una dose massiccia di fiction: anche se “Vermi” è un romanzo e non è obbligato ad avere verosimiglianza, incappa ugualmente nella bidimensionalità. Il viaggio in India viene raccontato con uno stile sincopato, frammentato, molto visivo e, dopo qualche pagina, anche molto ripetitivo. Certo può essere giustificato dalla condizione della protagonista, dalla sua confusione e il suo vagare incerta in cerca di conferme, di un’epifania o di una nuova ossessione che le permetta di rimpiazzare quella per Davide (che infatti trova: quella per se stessa).

I continui flashback, però, si ripetono praticamente un capitolo sì e uno no, e questa gestione un po’ sciatta della linea temporale del racconto non gioca sicuramente a suo favore, provocando stanchezza nel lettore. Stanchezza confermata anche dall’eccessiva frammentarietà del discorso narrante, troppo convulso e paratattico che, se da un lato rende possibile immedesimarsi nello stato della protagonista, dall’altro lascia al lettore l’onere di ricostruire ciò di cui si parla.

In un’intervista la Giolla afferma di essere figlia della televisione e di voler raccontare per immagini: ma enunciare dati sensoriali uno dopo l’altro, rendendoli ognuno un capoverso a se stante, ottiene l’effetto opposto, ovvero quello di spezzare la narrazione e renderla piatta e superficiale (che è poi uno dei grandi limiti della televisione). Il lettore è costretto a immaginare ogni cosa enunciata e non descritta, a cercarsi sul glossario in coda al romanzo (anche questa scelta piuttosto discutibile) ogni parola indiana pronunciata e non spiegata.

Insomma, per fare una torta non basta mettere gli ingredienti giusti nel forno, bisogna dosarli e combinarli secondo regole precise, e per raccontare (anche per immagini) non basta dire delle immagini: anche la narrazione ha le sue regole e una storia va condotta insieme al lettore, in un movimento a doppio senso in cui lo stile è personale, ma le regole devono essere condivise. Per poter “scrivere in modo immediato” (questa sembra l’ambizione  della Giolla) bisogna prima provare e conoscere ogni genere di mediazione per poi superarla, cosa che non ci sembra faccia l’autrice, almeno a leggere alcuni suoi racconti.

Anche la trama in sé, i personaggi sofisticati fino alla caricatura, le scene di sesso “fàmolo strano”  (ormai immancabili in opere di un certo tipo), confermano l’impressione che, più che un romanzo, “Vermi” sia un progetto di romanzo, un’interessante dichiarazione di intenti che aspetta di essere trasformata in letteratura da uno sguardo meno ingenuo e da uno stile meno acerbo di quello che vi si legge.


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