STUDIO83

ESORDIAMO!
 
 
Michela Mamprin
Piccola storia di provincia
0111 Editore, Milano, 2008

Il romanzo di esordio di Michela Mamprin si apre in un corridoio di ospedale: un incidente automobilistico, causato dall’ubriachezza del giovane Simone, ha ridotto in fin di vita la sua ragazza, Giorgia.
L'incidente dovrebbe essere, nelle intenzioni dell’autrice, il fattore scatenante di una serie di cambiamenti profondi nella vita dei personaggi coinvolti: Simone; Chiara, la migliore amica di Giorgia; Tiziano, un giovane infermiere che conosce Chiara in ospedale e se ne innamora; Elda, la sorella di Tiziano, che attraversa un momento particolare della sua vita.

Purtroppo, “Piccola storia di provincia” è un romanzo confuso, scritto in modo superficiale, che non appassiona il lettore e non può convincere l’editor.

In primo luogo questo incidente, che dovrebbe essere il centro di tutto, passa quasi subito in secondo piano, anche perché buona parte del libro è dedicata alle vicende di Elda, sorella di Tiziano, che non ha assolutamente nulla a che vedere con esso e si dibatte in vicende sentimentali e intrighi professionali poco chiari e poco realistici. L’incidente c’è solo nei sensi di colpa di Simone - il quale, nonostante le lesioni gravissime provocate a Giorgia a causa della propria guida in stato di ebbrezza, continua la sua vita senza conseguenze legali di nessun tipo, cosa praticamente impossibile alla luce della legge vigente. Ma i suoi sentimenti sono descritti in modo didascalico e senza approfondimento, come anche quelli di Chiara.

Il problema fondamentale del romanzo, infatti, è l’inaccuratezza.

L’inaccuratezza è nella caratterizzazione dei personaggi: spesso non si riesce a capire quale posizione assumano nei loro confronti gli altri caratteri e la stessa autrice.
Prendiamo di nuovo Simone. Il ragazzo è descritto in modo impietoso, ma per lui si spendono parole di comprensione del tutto fuori luogo, non solo per il lettore disorientato, ma per l’economia del romanzo stesso.
La gelosia di Tiziano nei confronti della sorella (che l’autrice sembra considerare normale quando invece è sessista e morbosa) sparisce a metà romanzo, accompagnata da frasi vuote come “Se tu sei felice per me va bene”.
Elda, da parte sua, rompe una relazione quadriennale perché di punto in bianco non le va bene che il suo compagno non trovi simpatico suo fratello Tiziano; poi conosce un altro uomo (come? Si scontrano per strada, naturalmente, con tripudio di fogli sparsi e sguardi in tralice…), se lo ritrova come capo e leggiamo accostamenti del tipo: quel cafone maleducato e Elda aveva voglia di prendergli la testa in grembo.
I sentimenti dei personaggi, i loro moventi, le loro paure e i motivi delle loro reazioni sono accennati confusamente, tutto scorre pagina dopo pagina in modo piatto e automatico.

Ciò accade anche a causa di uno stile, più che immaturo, quasi assente, privo esso stesso di accuratezza. Il testo è costellato di situazioni e di frasi fatte: “una mamma lo sente” (pag.25); “deve essere un tipo speciale se gli hai permesso di ridurti così” (pag.59); la tremenda “più lo conosceva e più le entrava dentro” (pag.77); “i visi di porpora” (pag.78); e così via.
Le parole sono scelte con poca cura e questa piattezza porta a scivoloni quali “non riusciva a spiaccicare parola” (pag.24), o a espressioni cigolanti, sgraziate. Come questa descrizione di un bacio appassionato, che tra l’altro viola più di una regola di punteggiatura. Il corsivo è mio:

-Dopo.- lui ribadiva di continuo dopo, nei brevi momenti in cui riusciva a parlare, quando liberava la bocca per respirare. (pag. 99)

Alle volte, inoltre, la lettura diventa difficile a causa della pessima abitudine dell’autrice di non specificare i soggetti delle frasi, limitandosi, quando va bene, ai passepartout “lui” e “lei”. Esempi del genere ricorrono di paragrafo in paragrafo, a volte perfino nella stessa frase, rendendo la lettura un estenuante gioco a nascondino. Eccone un esempio, da pag. 29:

Casa sua [di Chiara, n.d.R.], infatti, si animava dopo le tre, col rientro della sorella, ma solo se decideva di rincasare [Chi? N.d.R.], altrimenti rimaneva […chi??? N.d.R.] nella casa vuota fino a sera.

Anche l’ortografia è seguita con molta, troppa superficialità: errori grammaticali, lessicali e un uso improprio, quando non erroneo, della punteggiatura non facilitano il compito del lettore.

La completa inadeguatezza del testo dal punto di vista delle norme redazionali, inoltre, getta cativa luce anche sulla casa editrice 0111 Edizioni.

Ecco, parliamone un momento: molti difendono i motivi di una casa editrice che afferma di non editare, di non correggere, di non modificare in alcun modo il testo pubblicato, la cui cura sta unicamente all’autore. (In proposito segnalo una discussione su WritersMagazine interessante e persino condita da un colpo di scena finale.) A mio vedere, però, questo tipo di azienda si chiama “stamperia”.
Non mi interessano l’onestà e la chiarezza dei termini contrattuali, né l’assenza di richiesta di contributo (che ha portato le ragazze di WritersDream a posizionarla nel “Paradiso” della ex Black list), né la beneficenza, né l’intraprendenza o gentilezza. Sono tutte qualità encomiabili, e non metto in dubbio appartengano alla 0111 Edizioni: ma non sono tratti necessari e sufficienti a definire l'essere editore.
Una casa editrice che NON interviene sul testo, non dico per editarlo ma almeno per correggerlo, a mio parere non merita tale definizione. Letto questo "Piccola storia di provincia", poi, sono ulteriormente critica (o scettica, che dir si voglia) sulla selezione dei testi che la casa editrice dichiara di fare.

Concludo rivolgendomi all’autrice del romanzo, che, a questo punto, potrebbe avere la sensazione di essere stata ingiustamente maltrattata e offesa. Il mio è un discorso che abbiamo fatto più di una volta proprio per “Esordiamo!”, è quasi un leit motiv.

Pubblicare non è obbligatorio, e non è nemmeno un punto in più sul curriculum se, come in questo caso, si viene lasciati completamente allo sbaraglio nell’esordio.
La prima pubblicazione è un passo delicato. Per questo dovrebbe essere rimandato più possibile sia dallo scrittore che dalla casa editrice: quest’ultima, la vera e buona casa editrice, può scommettere su una penna in vari modi, anche coltivandone lo stile per un po’.
Nel momento in cui si pubblica, ci si espone al giudizio. Amici e lettori frettolosi possono lasciare passare le debolezze, ma un critico ha il dovere di notarle, di sottolinearle e a richieste specifiche di sconsigliare la lettura del testo.

Esporsi a una stroncatura senza appello come questa non è bello, come non è bello stroncare senza appello. Perciò, consiglio all’autrice una profonda riflessione e uno studio della lingua, della caratterizzazione e delle tecniche narrative, che le consentano di arrivare alla definizione di uno stile letterario per una maggiore accuratezza nella scrittura.
Magari si può iniziare con racconti brevi, nei quali il tema sia chiaro e ci siano pochi intrecci e personaggi, per concentrarsi sulla narrazione in sé. Narrazione che, mi duole dirlo ma è mio dovere, nel caso di questo romanzo fa acqua da tutte le parti.


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