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Aldo Moscatelli L'orologio di cenere I Sognatori, Lecce, 2006 |
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“L’orologio di cenere” è il primo romanzo che Aldo Moscatelli ha pubblicato per I Sognatori, casa editrice aperta dallo stesso Moscatelli, per reazione alla delusione verso l’atteggiamento delle grandi case editrici e il loro disinteresse nei confronti degli scrittori esordienti. Definito un noir dallo stesso autore (nella curiosa “intervista a se stesso” contenuta a fine volume), “L’orologio di cenere” sembra più un giallo, perché è il racconto di un’indagine su un omicidio, ed è narrato dal punto di vista del detective privato al quale viene assegnato l’incarico. Il noir, solitamente, indulge più nella descrizione del mondo criminale, mentre il giallo classico si configura come il vero e proprio resoconto di un’indagine volta a “riportare l’ordine dal disordine” e a stabilire la vittoria della giustizia, come ci insegna anche Vittorio Spinazzola. Queste precisazioni saranno pedanti, ma sono anche necessarie. La narrativa di genere è un’arma a doppio taglio: da un lato, permette allo scrittore di rifarsi a un background già stabilito, dall’altro presuppone una conoscenza approfondita di quello stesso background, delle strutture narrative, dei topoi e della tradizione letteraria che attiene al genere scelto. Senza tale conoscenza, è impossibile muoversi in modo sicuro, e si rischia di avventurarsi alla cieca in un campo minato. La narrativa di genere si basa inderogabilmente su canoni e topoi, ricavati dalla tradizione letteraria e, di volta in volta, superati e reinventati dai nuovi autori che se ne occupano; va da sé che, per reinventare qualcosa, bisogna prima padroneggiarlo molto bene. “L’orologio di cenere” incappa purtroppo in una serie di difetti sistematici, che derivano da due errori di base: la poca dimestichezza dell’autore con il genere giallo-poliziesco (lui stesso ammette, sempre nell’intervistina, di non aver mai letto un noir in vita sua!), e l’anacronismo di questo genere letterario. Aldo Moscatelli si muove in modo troppo ingenuo tra i cliché del giallo, e finisce per riproporre personaggi e luoghi comuni di una letteratura già letta e, al giorno d’oggi, un po’ superata. Questa considerazione ci porta al secondo problema principale, vale a dire l’obsolescenza letteraria e fattuale del giallo-poliziesco tradizionalmente inteso. Dal punto di vista letterario, il poliziesco, andato per la maggiore dagli anni Venti del secolo scorso fino agli anni Settanta, ha ceduto il passo nell’ultima decade del Novecento al più cupo noir, che ha finito per sconfinare nel pulp. Per quanto riguarda il contesto, il giallo ha compiuto, negli anni, un “balzo evolutivo” che lo ha trasformato completamente: le nuove tecnologie, la scienza medica e quella informatica hanno reso ormai improponibili le figure e le dinamiche alla base di questo genere, tagliando fuori proprio quei topoi su cui si era costruito. Ciò significa che raccontare di un investigatore privato/ex poliziotto che beve, fuma e ha il trauma alle spalle, con l’amico informatore e il biologo che “sa tutto di DNA e roba del genere”, equivale a scadere in cliché abusati e, al contempo, non più riutilizzabili in un contesto situato nel presente. Anche l’ambientazione lascia trasparire luoghi comuni legati a un immaginario un po’ usurato (vicoli bui, bar malinconici ecc.), sui quali l’innesto di elementi modernissimi (come cellulari e computer) non fa che stridere ancora di più. Nel corso della narrazione, più che la figura del detective ombroso e incline alla filosofia etilica, spicca quella dello scrittore stesso, un uomo dalla grande sensibilità e sicuramente con una forte cultura alle spalle, la cui personalità oscura però le vicende narrate e il carattere del protagonista letterario: un altro piccolo neo de “L’orologio di cenere”, infatti, consiste nella mancata identificazione tra l’autore e la voce narrante, che per questo motivo a volte è un po’ improbabile e dai contorni confusi. Peccato, perché dalla penna dell’autore traspare un’energia che, non ingabbiata dal racconto di genere, troverebbe sicuramente maggiore spazio per esprimersi. Moscatelli dimostra una buona padronanza del linguaggio, un lessico elaborato (nella sua bellezza a volte stride con ciò che racconta) e un’ottima capacità descrittiva, che darebbero il meglio se impiegate in un tipo di narrativa mainstream o comunque non legata al genere. E non solo. Aldo Moscatelli scrive, si produce, si promuove, si stampa, si intervista! La sua esperienza con I Sognatori dimostra che gli scrittori esordienti non sono privi di risorse, e spesso, con grande volontà e coraggio di scommettere su se stessi, trovano i mezzi per iniziare un loro percorso alla ricerca di un posto nel difficile mondo dell’editoria italiana. |
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ESORDIAMO!

