STUDIO83

ESORDIAMO!
 
 
Federica Ramponi
L'erede di Vitar
0111 Edizioni, 2009

“L’erede di Vitar” è un romanzo fantastico a sfondo sentimentale in cui si raccontano le avventure di Feri, principessa del pianeta Vitar, per sfuggire alla congiura del suo promesso sposo: durante una sua fuga sulla Terra conosce Jason, impiegato al Centro Operativo Sorveglianza Spaziale. Nasce una storia d’amore tra i due, che si compie con Feri sotto mentite spoglie terrestri e prosegue tra alterne vicende.

Nonostante nel romanzo si parli di alieni e astronavi, mancano tutti presupposti per definirlo di fantascienza, in primis una visione problematica della realtà, componente fondamentale della fantascienza dalla new wave in poi. Ma mancano anche le competenze scientifiche basilari che sarebbero necessarie: l’autrice mette spesso in gioco la fisica, l’astronomia, la biologia, e anche il mito e gli archetipi popolari, senza però nessuna solida base, limitandosi a spiegazioni infarcite di “una specie di” , “più o meno come”. Inoltre, ogni differenza tra la Terra e la perfetta Vitar è riportata sotto forma di estenuanti spiegoni, che spezzano il ritmo della storia e dei dialoghi e sono concentrati quasi tutti nell’ultima parte del romanzo, scelta che mette a dura prova l’interesse del lettore.

“L’erede di Vitar” è più propriamente un romanzo fantasy, con i vitariani che sono creature quasi favolose, con una mitologia buonista dal sapore elfico e ciondoli meravigliosi che, a dispetto delle (pseudo) spiegazioni, hanno poteri quasi magici. Qualsiasi tentativo di ricondurre la storia al genere fantascientifico (compreso il mettere in gioco uno sgangherato centro militare di studi sugli UFO che non ne azzecca una ed è forse ancora più fantasioso di Vitar) non fa che danneggiarne la coerenza e la leggibilità. Il romanzo infatti guadagnerebbe molto se fosse ricondotto al puro fantastico, senza quell’affanno di fingere una preparazione che, sembra assurdo ma non lo è, sferra colpi mortali alla sospensione dell’incredulità del lettore.

Oltre al fantasy, il romanzo ha forti tratti sentimentali: la denominazione “rosa a sfondo fantastico” sarebbe altrettanto esatta. Verso la fine della narrazione, un personaggio scherza sulla storia d’amore dei due protagonisti nominando gli Harmony, e mai riferimento fu più azzeccato.
Sia l’amore, sia in generale i ruoli e le caratterizzazioni psicologiche sono infatti da Harmony vecchio stile: la scintilla scocca immediatamente, l’eroina (pura) si concede dopo qualche riserva, l’eroe (ex dongiovanni redento dal nuovo amore) sfida l’antagonista e mette la propria vita in gioco per amore; gli amici/comprimari sono sempre affettuosi, solleciti o buffi (l’unica eccezione si risolve con una confessione e la redenzione) e gli antagonisti sono perfidi, cattivi, lussuriosi, oppure ridicoli.

Non c’è nessun approfondimento psicologico, nessun sottotesto. Da un certo punto di vista non è una scelta sbagliata: il what you see is what you get è in fondo la formula più appropriata per un romanzo di intrattenimento. Ma “L’erede di Vitar” avrebbe comunque bisogno di una “pulizia” generale delle tante ingenuità in esso contenute. Prime tra tutte le motivazioni e gesti dei personaggi, che a volte non hanno assolutamente senso ma sono messi lì a traballare per il bene di un intreccio che sarebbe godibile se non avesse appunto fondamenta tanto incerte.

Avendo letto “L’erede di Vitar” in PDF, non posso pronunciarmi riguardo le sue caratteristiche editoriali e di impaginazione. Si vede però la mancanza di un editing, nonostante la lingua sia appropriata e senza errori e la narrazione scorra in genere senza fatica e con facilità. “L’erede di Vitar” è infatti una lettura semplice, a volte anche godibile. Ma è anche piatta e banale, perfino per un romanzo di evasione. Questo dimostra allo stesso tempo l’immaturità e le potenzialità di un’autrice che ben padroneggia il livello linguistico e deve ora lavorare sul livello successivo: la struttura narrativa e la complessità dello stile e delle componenti dell’intreccio.


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