AAVV

"Il mestiere di riflettere"

Azimut, Roma, 2008

[SAGGISTICA]



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“Il mestiere di riflettere” è una collezione di brevi interventi sulla traduzione letteraria, scritti da chi della traduzione ha fatto un mestiere. È una lettura densa di rimandi: tra un racconto e l’altro, tra le esperienze di ciascun traduttore, tra la versione del “riflettore” e l’originale.  

Un grande merito della cura è l'essersi concentrata sulla pratica: ogni traduttore racconta il proprio vissuto relativo a una specifica traduzione e l’impostazione “pragmatica” porta a parlare del proprio lavoro, ma anche del romanzo tradotto, spesso dell’autore, della casa editrice committente con i suoi redattori, editori e tempistiche.

Ne emerge un quadro interessante del lavoro “di bottega” dell’editoria italiana, in questo caso della piccola editoria letteraria italiana: tra gli editori ci sono Minimum Fax, Frassinelli, Meridiano Zero, Terre di Mezzo, Marcos Y Marcos e altri.
Grazie a uno sguardo “cittadino del mondo” interessato a culture poco conosciute, i racconti mettono l’accento sulla bellezza della “diversità” linguistica, tramite esempi pratici della resa di lessico e frasi idiomatiche: è il caso de “Il camaleonte e la verità” di Anna Mioni; avvincente anche il lavoro su “Festa di nozze” di Duranti, che addirittura ha scoperto errori dell’autore John Berger poi corretti insieme.

Apprendiamo anche delle condizioni di lavoro che penalizzano il traduttore, a volte schiacciato in tempi e compensi poco gratificanti; ma ci sono anche esempi di editori “illuminati” che concedono il tempo necessario, leggono e lavorano a loro volta sui testi, come Daniela Di Sora di Voland.
Emerge però una certa frustrazione, rimarcata nella postfazione di Marina Rullo (fondatrice del portale per traduttori Biblit), nel vedere il proprio lavoro messo in secondo piano in termini di merito e riconoscimento sociale.

Questo, ça va sans dire, è un ritornello fin troppo comune tra i professionisti della cultura (a dirla tutta è una lagna che si sente in ogni campo), ma nel caso dei traduttori penso che sia vero. I giornalisti e critici letterari spesso omettono di nominarli e c’è disconoscimento anche da parte dei lettori, che a volte sottovalutano il contributo specifico della traduzione. Mea culpa, per quanto mi riguarda mi accorgo della traduzione solo quando è cattiva: ma qui entra in gioco la questione se una traduzione sia buona quando è invisibile, un dilemma anche qui lasciato aperto. Come è giusto che sia, ognuno ha la propria visione della cosa.

La concezione che ha dell'opera chi ci lavora è molto interessante e potrebbe spiazzare qualche lettore abituato a pensare al romanzo come a un monolite che esce, a mo' di Atena, bello e fatto dal cervello ispirato del suo demiurgo. Non è così.

I romanzi sono, quando non prodotti, il prodotto di un lavoro articolato che nasce con lo scrittore, ma coinvolge più figure (si spera) professionali: agenti, redattori, editor, editori e traduttori.
Finiamola di gridare alla sacralità dell’opera: non lo dico perché convinta che tutti possano dire tutto, no, sulla preparazione non si transige. Penso piuttosto ad alcuni lettori che si vantano di non leggere opere tradotte, o peggio a scrittori, anche esordienti, che si scandalizzano a sentir parlare di modifiche ai propri manoscritti e rifiutano proposte editoriali (almeno... così dicono). Ragazzi, la letteratura, anche la più alta, non è un pezzo di monumento, lo scrittore non è una divinità intoccabile e noi lettori siamo (come recita nel suo intervento Emanuela Bonacorsi citando Eisenin) “cavalli che nell’acqua leccano la luna”.
E perché dovrebbe essere un male? Una delle immagini più belle de “L’arte di riflettere” è quella dello scrittore Mark Dunn che, interrogato dal suo traduttore Petruccioli, lo incita a creare soluzioni, a inventare, a cambiare l’opera per adattarla. È un esempio di professionalità e anche di vero amore per un dialogo con chi leggerà.

La cultura è conversazione, ci insegna Zaid, e l’opera narrativa è un discorso stratificato che chiama il lettore a contribuire al suo completamento. È giusto che il traduttore cambi qualche locuzione, qualche nome o qualche frase dell’originale nell’adattamento; e anche il lettore può e deve interpretare criticamente ciò che legge, anche la traduzione, che può essere apprezzata o criticata. Leggendo le reazioni dei traduttori vediamo che possono cogliere la critica (di solito accade se arriva da colleghi stimati o da editor con i cordoni della borsa) come rifiutarla (quando viene da forum di lettori considerati "non addetti ai lavori").

Giusto o sbagliato che sia, ai traduttori capitano anche opere che odiano, rivolte a un tipo di pubblico che disprezzano, ed è bene che ne “L’arte di riflettere” si dica anche questo con grande sincerità (e sprezzo del pericolo, devo dire, come nell’arrangiato “Sei mani per un vampiro" dove le due traduttrici della Meyer sfidano legioni di fans). È anche bene che veniamo messi a conoscenza di operazioni raccapriccianti come la traduzione in italiano della versione americana di un'antica raccolta di versi cinesi, così se ce lo troviamo tra le mani ci diamo fuoco (noi, bruciare i libri è brutto e non si fa).

Quelli esposti sono aspetti “tecnici” stimolanti per un lettore smaliziato o che si interessa di editoria. L’editore Guido Farneti, però, ha affermato che questo è un libro “anche per le zie”, e io non posso che confermarlo: “L’arte di riflettere” è scorrevole, interessante, si legge bene e ospita punti di vista e modi molto vari di esprimerli. Last but not least, invoglia anche alla lettura dei titoli tradotti e raccontati da chi li ha fatti “propri” almeno per un po’ di tempo. Ma per la recensione di mia zia dovete aspettare il prossimo episodio.

 

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