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sara durantini  

INTERVISTA A SARA DURANTINI , SCRITTRICE (FERNANDEL)

In Italia, le giovani penne che scalpitano per entrare nel mondo dell’editoria sono molte. Abbiamo intervistato per voi una ragazza che ce l’ha fatta: Sara Durantini, che ha pubblicato il suo romanzo d’esordio (“Nel nome del padre”) con la casa editrice Fernandel.


Studio83: A dispetto di quanto si pensa comunemente, in Italia sono moltissimi i giovani che coltivano la passione della scrittura. Ciò pare contraddire la visione che molti hanno delle nuove generazioni, identificate con lo stereotipo del Grande Fratello. Tu sei una scrittrice e fai parte dell'italica gioventù: cosa pensi al riguardo?

Sara Durantini - Negli ultimi anni la televisione ci bombarda di stereotipi di tutti i tipi in particolar modo riguardanti le nuove generazioni, per intenderci i ragazzi della mia età. Il messaggio che passa alla televisione è il successo raggiunto in poco tempo e con il minimo sforzo, è la notorietà dettata dal clamore di un gruppetto di ragazzine in delirio, sono i facili guadagni e questa lista  potrebbe diventare ancora più lunga...

Tuttavia la realtà è ben diversa da quello che la televisione  ci vuol far passare come vero. Ci sono migliaia di ragazzi che tutti i giorni sperano e credono nelle loro capacità e cercano in tutti i modi di affermarsi contando solo sulle proprie forze. Ci sono migliaia di ragazzi che vengono rifiutati da concorsi letterari o case editrici ma non perdono la speranza e soprattutto cercano di migliorarsi... Questi, e non altri, sono i ragazzi sui quali i riflettori dovrebbero accendersi.

S83 - Molti scrivono, ma non tutti arrivano alla pubblicazione. Spesso per mancanza di talento, altre volte perché il mondo dell'editoria italiana sembra non voler investire troppo sulle nuove leve. Quale è stato il tuo percorso dal manoscritto alla pubblicazione? Hai incontrato grossi ostacoli?

SD - Ho iniziato due anni fa a scrivere racconti per una rivista letteraria, Il Grande Fiume, che viene distribuita in particolare in Lombardia. Il primo racconto me lo pubblicarono il 29 settembre del 2005, ricordo ancora la data e in quel momento mi sembrò qualcosa di grandioso. Tuttavia non mi feci troppe illusioni e soprattutto restai coi piedi per terra perchè sapevo che quel racconto rappresentava solo una piccolissima parte di quel percorso che avrei dovuto attraversare.

Pubblicai altri due racconti e in seguito partecipai al Premio Tondelli. Arrivai in finale e vinsi presentando un lungo racconto. Studiando a Parma e interessandomi di case editrici e riviste letterarie, conobbi la Fernandel prima come rivista e poi come casa editrice. Proposi al mio editore di scrivere un libro come Nel nome del padre (che ovviamente un anno fa non aveva titolo) e la scorsa estate iniziammo a lavorare insieme.

Ho conosciuto ragazzi che hanno inutilmente contattato case editrici, riviste cartacee oppure on line e hanno sempre ricevuto rifiuti. C'è chi mi ha detto che dopo aver pubblicato senza successo ha pensato bene di smettere di scrivere e ha iniziato a recensire ciò che leggeva. Tutto questo è molto frustrante per chi ambisce a diventare uno scrittore. Penso che la causa sia, da un lato, da rintracciare in alcune case editrici che preferiscono investire in persone che hanno un passato da scrittore affermato o mediamente affermato, dall'altro non si può non sottolineare l'ingenuità (che è normale che ci sia!) che spesso spinge i ragazzi a rivolgersi a determinate case editrici senza prima aver compiuto un percorso che faccia acquisire loro dimestichezza consapevolezza nei confronti della scrittura.

Da questo punto di vista mi ritengo abbastanza fortunata in quanto ho conosciuto persone che, nel bene o nel male. Mi hanno indirizzato verso quello che potrei chiamare il mondo dell'editoria, con tutto ciò che comporta. Un percorso che mi ha portato a conoscere la mia casa editrice, la Fernandel,la quale è l'unica che mi ha dato gli strumenti adatti per scrivere un libro come Nel nome del padre.
 

S83 - Parliamo un po' di scrittura. Contrariamente a quanto credono molti, scrivere non è facile: è un lavoro lungo e complesso, che richiede molta dedizione. C'è un motivo particolare che ti ha portata a scegliere questo mezzo espressivo? Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata?

SD - Quando ero piccola "scrivevo libri" in pochi giorni. Tagliuzzavo alcuni fogli come veri e propri libri, coloravo la copertina e poi inventavo delle storie che riportavo sulla carta. Sembra buffo, anzi lo è, tuttavia in quelle mie azioni c'era già la volantà e il desiderio di esprimermi scrivendo, aggirando lunghi discorsi orali. Penso che questo provenga dalla mia paura, ora per ovvi motivi superata, ad espormi, a svelare me stessa parlando di fronte a qualcuno e sapendo che questo qualcuno potrebbe capire cose che io voglio celare.

Al contrario non mi imbarazza sapere che qualcuno, magari anche in questo momento, sta leggendo Nel nome del padre e sta scoprendo tracce del mio passato o del mio presente che altrimenti terrei nascoste. Penso che scrivere sia una forma d'arte che contiene in sé il concetto di dono: scrivo donando una parte di me a chi leggerà le mie pagine...

È per questo che amo leggere libri che lasciano un sapore forte in bocca, che ti fanno vibrare anche quando li hai finiti. Mi sono innamorata dei libri di Amélie Nothomb. La sua scrittura è forte, decisa, fatta di immagini oniriche, una scrittura che è difficile da capire, che può entusiasmare o meno, uno stile che sfuma nel dark. Spero veramente di poterla uguagliare in bravura. Ci sarebbero tanti altri nomi, però mi limito a quelli più importanti per quello che mi hanno dato i loro libri Georges Simenon, per l'armonia della sua scrittura e l'originalità delle storie raccontate, e Dacia Maraini, per la poesia di cui sono intrise le pagine dei suoi libri.

S83 - La passione per la letteratura e, di conseguenza, per la scrittura dovrebbe nascere nel luogo in cui veniamo culturalmente "svezzati": la scuola. Tuttavia, spesso questa istituzione
fallisce e molti si trovano a riscoprire l'amore per i libri solo in età più matura. Alla luce della tua esperienza personale, quali credi che siano i motivi di questa tendenza?

SD - Da tre anni faccio supplenze nelle scuole elementari e devo ammettere che la scuola, salvo sporadici casi, non educa alla lettura e alla scrittura. I famigerati "pensierini" elementari vengono vissuti dai
bambini come un momento per imbastire luoghi comuni, ripetendo sempre le stesse frasi (devo precisare che molto spesso le famiglie non fanno nulla per ovviare a questa tendenza). E questa noia si trascina nelle classi delle scuole medie e superiori, dove, ancora una volta, i temi sono, nella maggior parte dei casi, stereotipi di ciò che i ragazzi scrivevano alle elementari.

È difficile rintracciare i motivi di questa situazione, posso limitarmi a dire che c'è un volontario abbassamento  del livello culturale che porta gli insegnanti ad accogliere temi banali, inoltre i famosi corsi di aggiornamento, ai quali gli insegnanti vengono periodicamente invitati a partecipare, nella maggior parte dei casi vengono sottovalutati e visti come una perdita di tempo,  per non parlare della mancanza di organizzazione che serpeggia in ogni plesso scolastico.

S83 - Dal tuo romanzo emerge uno stile molto curato. Non sempre, però, questa è una caratteristica scontata negli esordienti; capita spessissimo, infatti, di leggere manoscritti completamente sgrammaticati, nei quali manca anche la semplice padronanza dell'italiano. Secondo te, come mai questo accade così di frequente?

SD - Questo accade perché, come dicevo prima, da un lato il sistema scolastico italiano ha voluto abbassare il livello culturale, illudendo i bambini e poi i ragazzi di poter raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo, dall'altro devo ammettere che ci sono case editrici che pubblicano solo dopo aver diviso con l'autore le spese di pubblicazione. E queste situazioni sono frequentissime. Molti ragazzi dopo aver ricevuto molti rifiuti cedono alla tentazione della pubblicazione facendosi incantare da queste case editrici che in realtà vivono proprio grazie a queste situazioni.


S83 - Spesso l’editing viene percepito dagli scrittori esordienti come qualcosa di intrusivo. Alla luce della tua esperienza personale, qual è la tua opinione in proposito?

SD - Vorrei fare una breve premessa prima di parlare della mia esperienza personale. Mentre nel secolo scorso la figura dell'editor era, nella maggior parte dei casi, uno scrittore (ad esempio Vittorini), oggi l'editor è una persona che non solo non ha mai scritto libri ma non scrive neppure articoli varii o recensioni di libri. Oggi l'editor è colui che corregge il libro rendendolo il più  possibili intrigante, malizioso, ma anche facilmente leggibile. Il libro, in molti casi, diventa un prodotto da vendere al numero più ampio possibile di persone e le modifiche apportate dall'editor spesso cancellano in parte o totalmente l'intenzione dell'autore, ecco perchè molti esordienti lo vedono come qualcosa di minaccioso e intrusivo. Per quanto riguarda la mia esperienza personale devo precisare che non c'è stata nessuna intrusione da parte della mia casa editrice nei confronti di quello che poi è diventato Nel nome del padre. Abbiamo lavorato a stretto contatto per quasi un anno progettando dapprima un sunto dettagliato del libro e poi entrando nei particolari di ogni capitolo scritto.Ovviamente il tema trattato ha richiesto un lavoro molto attento, che non concedeva nessun tipo di distrazione e il risultato è stato soddisfacente.


S83 - Concludiamo mettendo la tua esperienza al servizio dei giovani esordienti in cerca di pubblicazione: quali consigli, quali indicazioni vuoi dar loro?

SD - Chiunque voglia pubblicare deve rivolgersi a case editrici serie, che fanno veri contratti, e che svolgono un lavoro di promozione sul libro. Rivolgersi quindi a case editrici che vengono consigliate da persone che già lavorano nell'ambiente dell'editoria oppure informarsi su case editrici che svolgono già da alcuni anni questo mestiere. Nel momento in cui si ha un manoscritto in mano è meglio prima rivolgersi a chi pubblica quel genere di libri (ad esempio gialli oppure poesie) e se capiamo che un editore è interessato, magari non al manoscritto in questione ma al modo di scrivere, beh allora è meglio stargli dietro.

Inoltre chi pubblica non deve aver fretta nel vedere la recensione del proprio libro sui giornali o nel fare interviste e presentazioni. Tutto ha un tempo e la parola d'ordine è pazienza! In bocca al lupo a tutti coloro che vogliono pubblicare...!


Ringraziamo Sara... e le facciamo un grande IN BOCCA AL LUPO per la sua carriera (le perdoniamo l'affondo a noi editor :'-o )!!!!

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