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INTERVISTA A MARCELLO BARAGHINI, |
Riportiamo il testo della lunga intervista a Marcello Baraghini, di Stampalternativa. I temi toccati sono tantissimi, e nella storia di Stampalternativa c'è una parte di storia dell'editoria italiana - e della società civile, del resto. Quindi consiglio a tutti la visione del video dell'intervista, divisa in prima e seconda parte. Ne vale la pena! PRIMA PARTE Presentazione Sono Marcello Baraghini, fondatore nel 1969 - quindi ormai ho dimenticato il numero di anni passati da allora - di Stampalternativa, nonché, attualmente, direttore editoriale. Il percorso di Stampalternativa Nei primi dieci anni - io parlo a decenni... - nei primi dieci anni ho avuto un mandato di carcerazione a causa di uno straordinario libro, oggi ripubblicato, che si chiama "Contro la famiglia": era un manuale di autodifesa per i minorenni picchiati in casa, e mi costò ventisette mesi di condanna. Negli anni Ottanta ricominciammo con svariate collane, che si chiamano Fiabesca, Cointainer Arte. Poi videro un momento di gloria i libri MilleLire, che, nel '90-'92, come disse la Garzantina, rivoluzionarono il mercato editoriale italiano. Fino ai giorni nostri, fino ai libri che costano un centesimo, e si chiamano i Bianciardini: per resuscitare culturalmente la figura di Luciano Bianciardi, autore del libro "Ai miei cari compagni", che mi ha, o ci ha trasmesso il suo impeto, il suo orgoglio, la sua voglia di non parlare del Risorgimento in maniera retorica o scolastica, ma di viverlo. L'identità della casa editrice È antiideologica, antireligiosa, antitutto, però è per quanto più possibile oggi di libertarietà e di libertà. I nostri autori di riferimento, tanto per capirci, sono, oltre a Bianciardi che era un anarchico comunista, Leo Longanesi, fascista anarchico, o Benito Iacovitti, che fu cacciato via a calci in culo, prima dai cattolici, poi da quelli di Linus, i compagni di sinistra. Laddove c'è una voglia di libertà, scrittori e lettori liberi, ecco, lì ci siamo noi. Il rapporto con i lettori Io vengo da una settimana in cui ho avuto diciotto incontri, nei luoghi più improbabili: dalle latterie, alle osterie - direi, fondamentalmente, l'incontro sui marciapiedi.
Qui mi ricollego agli anni Settanta, gli anni dei mandati di carcerazione, delle centotrentasette denunce per reati d'opinione legati ai libri, e ritorno sui marciapiedi nella misura in cui la grossa stampa, così come la grossa editoria, tenta di fagocitarci. SECONDA PARTE Una battaglia culturale L'ultima sfida, che da qualche giorno è ormai palese, sono i libri che si chiamano Bianciardini e che costano un centesimo. E non hanno il codice a barre: sono i primi libri fuorilegge dal punto di vista delle leggi di mercato, ispirati al mio maestro, che mi insegna come essere rivoluzionario oggi come lo fu lui ai suoi tempi. Soprattuttto, insisto e sottolineo che non c'è codice a barre: perché credo che - è una chiusa con i fuochi d'artificio - la vera prigione oggi non sia quella che ha le sbarre, come Regina Coeli o San Vittore, ma sia il codice a barre. Il codice a barre, come diceva Pasolini, e anche Bianciardi, significa consumismo, facili consumi, significa prigionia di un consumo che schiavizza piuttosto che rendere liberi, o felici. Il mestiere dell'editore Io credo di essere un editore all'antica. Gli editori all'antica sposavano la qualità. Amavano i libri che facevano, li seguivano - dalla qualità della carta, all'editing, alla qualità della stampa. Non parlo solo dei piccoli editori di allora, artigiani, parlo anche dei grandi editori, che oggi non sono più grandi perché producono spazzatura - semplifico molto, certo, ci sono le eccezioni, c'è qualche libro, di Mondadori e di altri, di qualità. La politica editoriale Intanto, io scelgo i testi bianciardiani. Sono un editore che pubblica romanzi sociali, romanzi che curano le ferite, che scoprono gli altarini, che denunciano. Perchè la letteratura, oggi, se non è questa, insisto, è spazzatura, è evasione - si lavora sugli stili. La morte della letteratura del Novecento, che è stata tanto impegnata, è dovuta a Baricco, ad Aldo Nove, a chi ha affermato, piuttosto che i contenuti, gli stili, In ragione di questa "scuola" di letteratura che vive di stile, io ogni giorno faccio vivere dissidenza, cointoinformazione - come si chiamava una volta - denuncia e provocazione. Il ruolo dell'editor C'è una figura che i grossi editori hanno abbandonato: l'editor. L'editor è più importante del direttore editoriale. L'editor è una figura più importante del direttore editoriale...di me! Perché trasforma le pietre grezze: non c'è mai un testo pronto per andare in stampa, ma deve passare al vaglio e alla cura di un editor - Calvino fu editor; Vittorini fu editor; Bianciardi fu editor, oltre che traduttore. Bene, oggi il lavoro più importante in casa editrice non lo svolgo io, ma lo fa l'editor. Dopo di che il testo passa a un grafico e a un correttore altrettanto maniacali, altrettanto bravi quanto l'editor, e dopo mesi e mesi di lavoro, a volte anche un anno, il libro arriva nelle fauci della distribuzione. Per concludere, un appello... ...diventate guerriglieri culturali. Oggi, nutrire l'intelligenza è la cosa più importante, che va oltre le ideologie, le filosofie, i partiti, la politica. Oggi, con il concorso tra editori di qualità e lettori di qualità, si può riuscire a compiere quella rivoluzione indispensabile per la sopravvivenza dell'intelligenza. Se no, amici e compagni miei, qui moriamo tutti! Non moriamo fisicamente, muore la nostra testa. Quindi sbrighiamoci, in concorso tra di noi, a diventare guerriglieri culturali, sebbene privi di ideologia, di filosofie e religioni. Questa intervista fa parte della serie "Editori in fiera", dialoghi che abbiamo realizzato nel corso della Fiera "Più Libri più Liberi" tenutasi a Roma dal 6 al 9 dicembre 2007.
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