Questa intervista è un po' "anomala" rispetto alle altre, per la maggiore lunghezza delle risposte. La lettura richiederà più tempo del solito, tuttavia abbiamo deciso di mantenerla intatta, per permettere agli argomenti di Aldo Moscatelli di dispiegarsi per intero, senza intromissioni: non è stata cambiata una virgola di quello che Aldo ci ha mandato. Come leggerete, Aldo ha parecchi sassolini nelle scarpe, ma anche una forza e una grande "carica" che mette in quello che fa. Noostante le apparenze "sanguigne", Moscatelli si è rivelato uno scrittore pronto a farsi criticare, contestare, e a rispondere in modo davvero positivo. Come editore fa lo stesso attraverso il suo blog.
Perciò, dato che gli argomenti sono tanti, invitiamo tutti i lettori a intervenire nel dibattito e ad esprimere la loro opinione, sicuri che ne nascerà una discussione proficua per tutti.
Studio83: Prima di essere editore sei stato (e sei) uno scrittore. Quali sono le problematiche che ora riesci a vedere da entrambi i punti di vista e che più ti colpiscono?
Aldo Moscatelli: Se devo fare riferimento alle problematiche conosciute in prima persona come scrittore esordiente, forse la mia risposta vi spiazzerà.
Mi spiego meglio: quando, in cerca di una chance di pubblicazione, mandavo una mail a una casa editrice, mi attendevo che qualcuno – dall’altra parte – rispondesse con educazione e, possibilmente, con tempismo. In decine di casi non ho mai ottenuto risposta, anche dopo tre o quattro tentativi. A me questa cosa è sempre sembrata assurda, per cui da editore mi sono detto: “vediamo se è così difficile rispondere a qualche mail”. La mia casa editrice ne riceve una marea, sicuramente in quantità inferiore rispetto a case editrici più grandi (dove però lavorano più persone), ma uguale o superiore rispetto a tante piccole case editrici come I sognatori. Oggi posso confermare che rispondere alle mail non è poi così difficile: basta porre questo fattore tra le priorità, e sfruttare appieno quell’affare di plastica con tanti bottoni (la chiamano “tastiera”, se non sbaglio) che, se bene utilizzata, può fornire un ausilio non indifferente.
Idem per le valutazioni dei manoscritti; un mucchio di case editrici non risponde neanche per comunicarti che il lavoro “non è risultato in linea…” e bla bla bla. Questione di priorità, anche in questo caso. E di rispetto nei confronti di chi ha impiegato un mucchio di tempo per scrivere un romanzo, bello o brutto che sia. Lo dico per esperienza diretta: si possono ricevere centinaia di lavori nell’arco di un anno, e fornire comunque un parere agli autori. Ma tante (troppe) case editrici rammentano l’esistenza degli scrittori esordienti soltanto quando devono inviare la loro bella mail pubblicitaria, per tentare di appioppare un libro: di fronte a un possibile tornaconto economico, il tempo di usare le loro preziose manine lo trovano eccome.
C’è poi la questione “richiesta di contributo”. Come scrittore ho ricevuto diverse proposte “indecenti”, e prima di diventare editore mi chiedevo: “ è possibile pubblicare un lavoro senza lucrare sugli scrittori esordienti?”. La mia risposta è sì: lo confermano tutte quelle case editrici che, al pari de I sognatori, continuano a svolgere con serietà il proprio lavoro, senza per questo chiedere agli esordienti di accendere un mutuo per pagarsi la pubblicazione.
Concorsi letterari: è possibile organizzarne uno in maniera talmente limpida ed onesta da spingere persino chi non ha vinto, in seguito, a supportare la casa editrice e i vincitori del concorso? Sì, si può. Basta voler e saper dialogare con gli esordienti. Tutti questi sforzi pagano, e io ne so qualcosa in proposito…
Insomma, i problemi conosciuti come scrittore si sono rivelati – agli occhi dell’Aldo Moscatelli editore – dei falsi problemi, o comunque dei problemi non certo insormontabili. Il discorso cambia se parliamo di problemi “nuovi”, conosciuti esclusivamente come editore (in primis, convincere il lettore medio ad acquistare un libro da me editato), ma tali questioni vanno al di là della domanda che mi è stata posta.
S83: Oggi il mondo della grande editoria è dominato da una logica con finalità aziendali più che culturali. Lo scorso secolo, però, la figura del cosiddetto “editore protagonista” ci ha insegnato che seguire una determinata politica editoriale può essere un mezzo per esprimere la propria identità culturale. Quale identità, quale discorso vuoi far emergere dal catalogo de “I sognatori”?
A.M.: Curiosa coincidenza: il primo editore (in senso moderno) della storia aveva il mio stesso nome.
Aldo Manuzio era uomo assai pragmatico, che però non sacrificò mai la qualità – altissima, fra l’altro – delle sue pubblicazioni sull’altare del profitto personale. Io un po’ mi ci rispecchio. Chiaro, l’editoria è cambiata tantissimo nell’arco di cinque secoli, ma continuo a pensare che un editore serio debba compiere delle scelte coraggiose. Rinunciando, in primis, a pubblicare qualunque cosa gli capiti fra le mani, nonostante il miraggio della vendita facile. Tempo fa leggevo proprio sul vostro blog l’intervista a un collega, che ha dichiarato (a proposito di scrittori in grado di “fare il botto” con l’opera prima, se supportati da una casa editrice almeno di media grandezza): “Melissa P. con noi avrebbe venduto 1.000 copie!”. Beh, con I sognatori Melissa P. non avrebbe venduto neanche una copia, perché mai e poi mai avrei offerto una chance ad un’opera (mi riferisco a “Cento colpi di spazzola”) così scadente. Il dramma è che poi arrivano gli imitatori: della suddetta Panarello, di Dan Brown, di Moccia, della Rowling, della Kinsella, e così via. Purtroppo certa gente sa bene che basta accodarsi al trend del momento per risultare appetibile agli occhi del mondo editoriale; quindi, se gli editori mostrassero maggiore polso, e filtrassero con cura quel che merita sul serio di venire allo scoperto, forse certi scrittori la pianterebbero di propinare il solito codice imperscrutabile, il solito mago occhialuto o la solita adolescente ninfomane, e metterebbero in moto la creatività. Il messaggio che voglio lanciare attraverso la mia casa editrice è proprio questo: se sperate che anche I sognatori cominci ad invadere il mercato con libercoli stampati alla bell’e meglio (quelli che, sfogliati due volte, già cominciano a perdere pezzi), scritti col copia e incolla o contenutisticamente nulli, e finanziati mediante il “contributo” di scrittori consenzienti… beh, vi sbagliate di grosso. L’andazzo è questo, ma in tutta onestà me ne frego. Così come me ne frego se il manuale del bravo editore asserisce che un direttore editoriale, per mancanza di tempo e interesse, non è tenuto a fornire un parere su un manoscritto scartato. Gli altri dicano e facciano quel che ritengono più opportuno: io vado avanti per la mia strada. Non sarà certo la disapprovazione di qualche cariatide della vecchia editoria a fermarmi.
S83: Una piccola casa editrice, per promuoversi, ha a disposizione meno risorse; spesso, per ottenere risultati, deve ricorrere a canali alternativi a quelli tradizionali, riservati purtroppo solo ai giganti dell’editoria. Quali sono, alla luce della tua esperienza, le scelte che pagano?
A.M.: Una sola parola: INTERNET. Il commercio elettronico è ancora in via di sviluppo, lo so, e uno spazio pubblicitario sul quotidiano a tiratura nazionale vale più di un’entusiastica recensione conquistata su quel portale o quel sito, ma le cose stanno cambiando. Lo vedo e lo sento. La rete (per antonomasia) consente di incrociare e far viaggiare a ritmi vertiginosi ogni tipo di informazione. È chiaro che una casa editrice può riceverne giovamento. I sognatori, poi, ha un legame tutto speciale con la blogosfera; la maggior parte dei nostri sostenitori sono comunissimi lettori, blogger che hanno instaurato con noi un rapporto di amicizia e stima reciproche. Io però sono ben lontano dal neoterismo di un Beppe Grillo, quindi intravedo nella rete anche dei rischi enormi; il primo (già noto e purtroppo ben avviato) riguarda la circolazione di informazioni false; il secondo la dispersività delle informazioni stesse; il terzo concerne il rischio che la libertà internettiana, un bel giorno, si riveli soltanto una bellissima illusione, e che qualcuno possa zittire, distorcere o magari comprare quella libertà. Cosa, fra l’altro, che già avviene in altri settori massmediatici. Per restare nell’ambito della rete: alcuni libri ricevono (è ormai tristemente noto) in blog, siti e forum lodi sperticate e forse anche sincere, ma mosse da interessi di un certo tipo; idem per quel che concerne la pubblicità, con suggerimenti del tipo “io ho letto questo libro, è bellissimo, te lo consiglio” che piovono a raffica. La cosa più detestabile, in tal senso, è l’atteggiamento di questi individui, che fingono spudoratamente di non avere alcun interesse ad elargire lodi e consigli per gli acquisti, quando invece traggono vantaggi di qualche natura.
Sono queste porcherie che ti fanno apprezzare il valore di una sana, sincera e imparziale stroncatura…
S83: Il mondo editoriale è pieno di difficoltà e porta spesso molte delusioni. Ora, però, vogliamo che tu ci dica qualcosa di bello: quali aspetti di quest’esperienza ti fanno sorridere e ti danno gioia?
A.M.
: Il mio è il lavoro più bello del mondo, se lo si affronta con la giusta dose di abnegazione. Fissare per dodici ore un monitor non è semplice, ma basta una mail di incoraggiamento a ritemprare le forze. Essere ignorato dal grande pubblico può risultare castrante, ma basta l’entusiasmo di un semplice lettore a sistemare tutto. Arrivare stremato alla fine della giornata, per poi leggere la mail di uno scrittore esordiente che ti ringrazia per la professionalità con la quale hai valutato il suo lavoro: questo sì, aiuta. Chiamare per telefono una scrittrice e comunicarle la vittoria nel concorso letterario che tu stesso hai indetto, percependo l’emozione soffocata nel tono della sua voce… è bellissimo. Apprendere, da un perfetto sconosciuto, che un libro da te pubblicato è stato in grado di far tornare il sorriso a una persona malata: roba da brividi! Osservare una persona che lavora duramente per creare una copertina che non sia la solita copertina, e in seguito vederla sorridere per via di un paragone con Pirro Cuniberti… orgoglio e felicità. Per non parlare del processo di creazione di un libro: guardarlo assumere ogni giorno una forma differente, abbandonare la veste cartacea per inondare il monitor del computer con tutte le sue parole… e poi ripresentarsi sottoforma cartacea, intrappolato in un nudo menabò… e sbatterci la testa alla ricerca del più piccolo errore, durante la correzione della bozza… per giungere, infine, al suo formato definitivo, protetto da una copertina e da una quarta curate nel minimo dettaglio… è un’emozione fortissima.
Ma adesso cambiamo argomento, o scoppio a piangere davanti al computer!
S83: Nel tuo blog hai dedicato un post ai critici letterari, sostenendo che, mentre lo scrittore può vivere senza il critico, non vale il contrario. Eppure, secondo la nostra esperienza, sei uno degli scrittori che hanno reagito meglio alle nostre critiche nei loro confronti, sollecitando anzi una discussione costruttiva. Quale tipo di critica trovi stimolante come editore e quale come scrittore?
A.M.: Premessa: la mia affermazione non è scaturita da una qualsivoglia forma d’astio nei confronti dei critici, ma da una constatazione oggettiva. Lo scrittore non scompare se scompare il critico: sfido chiunque a sostenere il contrario. Detto questo, ho già scritto papiri sull’argomento, quindi chiedo scusa se apparirò ripetitivo. Allora, partiamo dall’assunto di base: uno scrittore che dà in escandescenze per una stroncatura è un Cretino, perché pubblicare un libro espone di per sé al parere altrui. Se il parere degli altri non ti interessa, quel che hai da dire lo tieni per te. Scrivi un diario, o lasci impolverare il tuo manoscritto in un cassetto, o lo fai leggere soltanto a tua madre e al tuo migliore amico. Ma non lo fai pubblicare da una casa editrice.
Poi c’è il rovescio della medaglia: dando per scontato che un sacco di gente ama salire in cattedra senza neanche possedere le basi, bisogna concentrarsi sui contenuti delle critiche, e distinguerle fra loro (a meno che non si voglia credere alla favola che “tanto tutte le opinioni sono valide”). Alcune sono fini a se stesse: mi riferisco alle recensioni in cui si pretende di universalizzare il particolare, e per magia “quel che a me non piace” diventa “quel che a nessuno può piacere”. Altre risultano talmente arroganti da non meritare replica. A volte, come vi dicevo in passato, si vengono a creare strane combinazioni, per cui lo stesso libro, valutato da due lettori intelligenti e preparati, piace ad uno ma non all’altro.
Io, sia come scrittore che come editore, apprezzo le recensioni attente, possibilmente articolate, che sappiano abbracciare un po’ tutti gli aspetti del libro, dallo stile al linguaggio ai dialoghi, fino ad arrivare (perché no?) alla cura con la quale l’opera è stata assemblata. Se non ricevo nulla di tutto questo, non mi scompongo, ma passo oltre.
S83: Al punto in cui ti trovi ora, cosa ritieni di aver imparato e cosa di poter insegnare?
A.M.
: Vorrei poter essere umile e saggio come il grande Socrate, e sostenere che so di non sapere nulla, ma mentirei spudoratamente. E poi diciamocelo: se dopo due anni di durissimo lavoro dichiarassi di non aver imparato un tubo, non ci farei una gran figura.
Allora, cosa ho imparato? Alla rinfusa: che vendere anche trenta copie del libro di uno scrittore sconosciuto, pubblicato da una casa editrice avviata da poco, è un’impresa difficilissima (venderle a dei perfetti estranei, s’intende). Che alcuni scrittori esordienti sono dotati di un’umiltà commovente, ed altri (pochi, per fortuna) no. Che in questo campo qualche detrattore lo trovi sempre, ma se sei sincero e corretto la massa dei sostenitori sarà comunque più ampia. Che troppi esordienti cedono alle richieste di contributo, e (spesso) spediscono i loro lavori “al primo che capita” . Che uno scrittore-editore ha pochissimo tempo per scrivere. Che alla maggior parte dei lettori piace ciò che scrivo. Che i principali mezzi di comunicazione se ne fregano della piccola editoria. Che con numerosi lettori e alcuni scrittori è possibile instaurare un dialogo costruttivo. Che a volte si può lavorare per quattordici ore filate e non cavare un ragno dal buco. Che coinvolgere nelle proprie iniziative persone motivate regala un sacco di soddisfazioni. Che non si può piacere a tutti, e forse è meglio così.
Cosa posso insegnare? Poco, a dire il vero. Dipende tutto da chi mi sta “davanti”. A un lettore, forse, potrei insegnare che a volte vale la pena offrire una possibilità al libro di un autore sconosciuto. A uno scrittore esordiente, potrei insegnare che i consigli di un buon editore servono a qualcosa, e che il temperamento artistico rischia spesso di sfociare in una dannosa – nonché inutile – arroganza. A un editore… beh, io sono l’ultimo arrivato, e anche se i meccanismi dell’universo editoriale mi sono ben noti da oltre un decennio, sarebbe antipatico fornire consigli a chi possiede più esperienza di me. Tuttavia, nulla mi vieta di sognare un’editoria libera da qualsivoglia forma di sfruttamento della creatività altrui. Un’editoria libera e liberata da redattori scortesi, segretarie annoiate, direttori interessati esclusivamente al profitto, scrittori improvvisati ma già noti nel mondo dello spettacolo, della politica o quant’altro, burocrati del libro (quelli che possiedono cinquanta “Master in…” e hanno letto tre romanzi in vita loro). Un’editoria forte, passionale, in cui gli esordienti vengano trattati con rispetto e non come i fondi del caffé. Un’editoria, infine, che sappia porre un freno all’invasione di titoli in un mercato nel quale la richiesta è bassissima e l’offerta altissima.
Sogni, chimere, illusioni? Forse. Ma sono il mio pane quotidiano, e chi rinuncia in partenza a lottare contro quel che non va, e accetta tutto a testa bassa, sospirando “tanto la realtà è questa”, io dico: mi spiace per voi. Perché sognare richiede coraggio, e qualcuno deve pur farlo.
Ringraziamo Aldo per la disponibilità e per la grande passione con cui svolge il suo lavoro!
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