Josafat Farroni

"L'anima delle cose"

Evoè Edizioni, 2010

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“L’anima delle cose” è un romanzo che potremmo considerare di genere autobiografico o di formazione, come moltissime opere di esordio che ho avuto modo di leggere in anni di lavoro. E come molti altri esordi, presenta alcuni difetti tipici, quasi emblematici:

Tali aspetti sono causa e insieme conseguenza di un altro problema letterario, tipico questa volta non solo degli esordienti, ma molto comune nella narrativa in prima persona. Questo problema consiste nell’assenza di una riflessione ponderata sullo status della voce narrante, che viene confusa e identificata con la persona dello scrittore e non si inserisce in un progetto narrativo.


Un celebre aforisma di Oscar Wilde recita: “un uomo non è mai se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità”. Ciò è vero sotto tantissimi punti di vista, nel nostro caso potremmo tradurre la citazione così: la prima persona è una falsa comodità, una strategia che può sembrare agevole e preferibile perché permette di parlare di se stessi, ma in realtà fa cadere l’autore in una serie di inganni.
Il primo è pensare che il parlare di sé e delle proprie vicissitudini particolari possa divertire chi le legge quanto chi le scrive. Il secondo è il credere di scrivere di se stessi e di come si è, e produrre invece una rappresentazione di come si vorrebbe essere, se va bene, e se va male mettere su carta un riratto fedele quanto inconsapevole.

Nel romanzo di Farroni è presente soprattutto quest’ultimo aspetto: al di là dei fatti che si vorrebbero in primo piano, emerge il racconto di una serie di difficoltà relazionali derivato in gran parte dall’infantilismo del personaggio che le vive e le rielabora, dalla sua incapacità di essere chiaro a sé e agli altri, dalla sua voglia di apparire e comportarsi come non è. Un maledetto per forza che si attribuisce un’”anima indomita e bizzarra” (pag.21) ma le cui gesta eroiche si riducono a sbronze, rutti in pubblico e a generiche lagne sulle proprie disgrazie, al caldo riparo della propria cameretta, senza coscienza dei propri moventi e delle individualità altrui, siano parenti, amici o fidanzate, ridotti tutti a meno che personaggi, macchiette monodimensionali filtrate da una personalità egocentrica.

L’unica cosa che salva in parte non il romanzo, ma l’autore, è l’ironia, che a tratti, quando non è infarcita di paroloni e aggettivi e improbabili contorcimenti lessicali, spicca e fa pensare che potrebbe essere sfruttata meglio. Anche gli inserti grafici funzionano e mettono l’accento su questa  potenzialità presente, ma non espressa.

Concludo con un accenno riguardante questioni editoriali più che letterarie. Il romanzo è troppo lungo e la lettura, non aiutata dal già citato stile contorto e autocompiacente e dai contenuti a tratti deprimenti, procede davvero a fatica e consegna il lettore alla  noia. 
Spicca quindi la mancanza di un editing che avrebbe contribuito a dare almeno un’aggiustata allo stile, ad accorciare il narrato e a sistemare la punteggiatura, della quale viene fatto un uso davvero pessimo.  Il fantomatico editor avrebbe dovuto sistemare un po’ anche i redazionali del sito della Evoè Edizioni, che parla di “editoria partecipativa” per favorire “giovani talenti” con un “investimento mirato” da parte loro, ma non sembra nemmeno in grado di produrre comunicazioni prive di refusi.

 

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