Chiara Vitetta
"L'oblio della ragione"
Edizioni Del Poggio 2008
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“L’oblio della ragione”, opera d’esordio di Chiara Vitetta, è una raccolta di due racconti di genere noir-horror. Come da titolo, entrambi narrano la più o meno progressiva perdita della ragione in favore degli istinti più violenti: il primo (“Giustizia”) racconta la storia di un condannato a morte, il secondo (“Blackout”) la follia di un padre dopo l’orribile mutazione del figlio.
L’autrice si dichiara da subito una fan di Stephen King (che viene anche citato nel secondo racconto), e possiamo dire che la cosa è piuttosto evidente: lo stile narrativo, la scelta di personaggi e contesti, la caratteristica voce narrante intrusiva (troppo, in questo caso) rimandano senza dubbio al Re dell’horror, oltrepassando però quella linea di demarcazione che separa l’ispirazione dall’imitazione.
Per chi si avvicina alla scrittura è vitale trovare modelli di riferimento, ma un autore che arriva alla prima pubblicazione dovrebbe aver già superato la fase dell’imitazione pedissequa e aver trovato, se non una propria cifra stilistica, almeno una via più personale.
Il fatto che l’autrice abbia scelto personaggi e ambientazioni così lontani dall’esperienza quotidiana, anche dal punto di vista geografico (ovviamente siamo in America e ovviamente si chiameranno tutti “Mike”, “Curtis” e “Lee”), non aiuta affatto, anzi: un contesto del genere risulta patinato e, di conseguenza, le tematiche scelte perdono profondità. Nel secondo racconto si può trovare una ricerca contenutistica più viva (il fallimento di un matrimonio che si ripercuote sulla prole fino a trasformarla in un simbolico “mostro”), ma ancora poco definita.
Davanti a un’autrice con delle potenzialità (le quali, è bene specificarlo, ci sono), quello che mi sento di suggerire è una riflessione sulle proprie scelte narrative. Non è un delitto ambientare un romanzo negli Stati Uniti, a patto che si tratti di una scelta cosciente e che ci sia una reale consapevolezza di ciò che si va a raccontare (e delle problematiche di un mondo così lontano dal nostro).
Del resto, è stato proprio King a dire che l’onestà nel raccontare compensa molti difetti stilistici: quell’onestà va persa se si sceglie di narrare vicende troppo distanti dal proprio sentire, o si tradisce una possibile ricerca contenutistica radicata nel proprio universo culturale (e, perché no, anche locale) in favore di ambientazioni a stelle e strisce che non ci appartengono.



