Herbert G. Wells
"La guerra dei mondi "
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Cosa accadrebbe se all’improvviso ci svegliassimo e trovassimo degli alieni sul nostro pianeta? E per di più poco disposti al dialogo o al confronto e pronti a sterminarci come formiche?
È questo lo scenario de La guerra dei mondi (1897), celebre romanzo di Herbert George Wells, nonché uno dei primi esempi di testo fantascientifico.
L’inaspettato e spaventoso sbarco dei marziani sulla Terra provoca una sorta di Apocalisse, durante la quale le persone diventano una folla incontrollata che agisce come un’unica entità. Il protagonista della storia, un intellettuale dell’epoca, si trova coinvolto in esodi di massa, barbarie e distruzioni e deve far fronte all’emergenza del momento. Si troverà, perciò, a scrutare gli alieni da una casa diroccata, a condividere spazi e stati d’animo con altre persone, a interrogarsi sulla tecnologia marziana o sulla pochezza dell’uomo che, sempre convinto di essere padrone del creato, è obbligato a combattere per non fare la parte dell’insetto schiacciato. In verità l’uomo risulta tendenzialmente oppresso, come il topo che si rintana nei meandri più bui e viene inseguito a suon di veleno.
Tutto ciò delinea un’idea di essere umano come entità fondamentalmente pusillanime, che compie “prodezze” solo con i più deboli e solo per vessare o per raggiungere un utile. Chi davvero si comporta da uomo è colui che resiste alle difficoltà, chi non fugge, ma si adatta a questo nemico terrificante che s’interessa dell’umanità solo in quanto materia da cui attingere cibo.
Il positivismo imperante del tempo viene visto sotto un’ottica più attenta: l’ambizione a un continuo miglioramento diventa possibile solo se guidata da una ragione estremamente acuta. Possiamo notare un parallelismo fra la posizione dei marziani e quella dell’uomo: i primi intenti a conquistare la Terra, così come l’uomo occidentale, in piena epoca imperialista, è occupato a espandere il proprio dominio su paesi sconosciuti solo per trarne vantaggio, i secondi presi dal proprio istinto di sopravvivenza, che fuggono e muoiono in massa in seguito ai colpi inferti dagli invasori. Si tratta senza dubbio di una critica sociale pesante, considerando anche il ruolo della Gran Bretagna sulla scacchiera delle grandi potenze della fine del XIX secolo.
Se da una parte ci troviamo al cospetto di tematiche legate al periodo storico e al contesto sociale del tempo, è doveroso notare come vengano analizzate questioni quali la lotta per la sopravvivenza, l’animalità che si alterna al raziocinio, la pazzia che pervade chi non è in grado di affrontare momenti di stress.
Da notare echi leopardiani che vanno dalla critica alle “magnifiche sorti e progressive” fino allo stringersi in “social catena”, cosa che permetterebbe all’uomo di superare la difficoltà del momento ed eventualmente abituarsi alla nuova condizione di “sottoposto”.
Wells non utilizza le sue competenze scientifico-tecnologiche per far sfoggio di erudizione, ma sempre per arricchire la narrazione di effetti originali e legati alla storia; inoltre è proprio grazie ai continui riferimenti scientifici che si delinea un immaginario impensabile se collocato a fine ‘800.
Anche se gli studi in biologia e zoologia influenzano tutta la produzione di Wells, da La macchina del tempo a L’uomo invisibile, è chiaro l’intento di dipingere un quadro della società del tempo e criticarne pesantemente la mentalità.
Si tratta di uno di quei romanzi stratificati, cioè che si possono leggere a più livelli: certamente adatto al ragazzo per l’immaginario che dipinge e per le avventure vissute dal protagonista, interessante all’appassionato di proto-fantascienza, originale per le dissertazioni filosofiche che si alternano all’azione.
La risonanza del testo è stata tale da ispirare diversi registi, senza dimenticare la versione radiofonica del 1938 realizzata da Orson Welles.
[Mattia Bianchedi per Studio83]
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