STUDIO83

RECENSIONI
 
Dante Maffìa, Il poeta e lo spazzino, Mursia, 2008

Il titolo che Dante Maffia dà alla sua recente raccolta di racconti, Il poeta e lo spazzino, non significa che il primo termine prevalga per importanza sul secondo e non esprime neppure una gerarchia nella scala sociale.
Significa soltanto che il secondo termine riguarda la funzione di chi  spazza le strade e raccoglie i rifiuti, quindi, se è capace di fare considerazioni fantastiche e a un tempo sensate su non pochi risvolti del nostro costume sociale, interpretando il “linguaggio” della spazzatura, svolge altresì l’attività designata dal primo termine che nel quadro tracciato dal racconto (o per meglio dire dai racconti) appare adeguato all’indole di un uomo incline a godere di quella libertà assicuratagli dalle memorie e dalla fantasia.

“Ha dei diritti il poeta? No, e non ha neanche dei doveri. Lui sta affacciato alla finestra e guarda e dallo sguardo gli nascono stelle”.“La poesia del futuro  sarà scritta dal potere…”.  Ecco, di questa profezia (di immortales avvertite hoc omen, vorrei ripetere con il Cicerone delle “Antoniane”) relativa al “potere” che decreterà la fine della libertà, anticipando la hegeliana morte della poesia, possiamo dire che si muove in sintonia con l’eclissi di tante attività, anche di quelle più modeste (usiamo questo aggettivo per blandire il delicato cuore piccolo-borghese di quanti intendono gerarchizzare il lavoro umano, come, nella fattispecie, quello dello spazzino).

Lo spazzino romano – anzi lo “scopino”, per usare un vocabolo di sapore romanesco, registrato anche dai dizionari italiani con la specificazione di “voce regionale” – ha subìto lente metamorfosi: raccoglieva un tempo la spazzatura fuori delle nostre porte e spesso indugiava a scambiare con gli inquilini del palazzo due parole. Poi, a poco a poco, ha perduto la ramazza di saggina e si è fatto autista di quei mezzi che fagocitano l’immondizia dai cassonetti e con le grandi spazzole rotanti nettano gli angoli di strade e marciapiedi.
Ma chi sono? Che faccia hanno? Spesso li immaginiamo come marziani destinati prima o poi a sparire nell’etere.

Il protagonista Zecchinetta appartiene alla tradizione romana degli spazzini e l’Autore ne delinea i simpatici tratti umani e professionali dagli anni del dopoguerra fino ai nostri giorni, in cui l’uomo, ormai anziano e pensionato, fissa in una prosa venata di poesia i momenti più significativi della sua esperienza. 
I rifiuti per lui hanno un’anima e parlano, rivelando segreti, misteri, risvolti, scelte, abitudini della vita di ciascuno e di tutti; egli osserva uomini e situazioni, prova sdegni improvvisi e sentimenti di gioia, sa ridere e scherzare, non è legato a nessun partito politico, ma riesce a vedere le cose e le giudica con vivace e disincantata ironia, propria di quello che era il carattere verace dei romani. Non appartiene alla trista genìa camorristica di coloro che, offrendo al mondo civile uno dei più riprovevoli spettacoli dei giorni nostri, applaudono qualche Masaniello in sedicesimo divenuto gigionesco agitatore di una propaganda becera e plebea, mentre un’intera città è soffocata, in tempo di elezioni politiche, da giganteschi – e per lui politicamente fruttuosi - cumuli di rifiuti.

Zecchinetta  tra i rifiuti, invece, spera di trovare un manoscritto, un inedito, e per questo indugia sotto le abitazioni degli scrittori, attento a cogliere il luccichio della gemma tra il fango, ad ascoltare la voce nuova della poesia “così lontana dagli uffici postali”. Già, perché questi sono gli angoli della banalità, del luogo comune, dei ritmi di vita programmati sul giro delle lancette degli orologi, dov’è possibile che la più sciocca o assurda frase susciti insensate discussioni o addirittura getti lo scompiglio tra un pubblico sonnacchioso o distratto, incapace di comprendere la poesia che è antitetica all’indifferenza e alla banalità.

I brevi racconti in prosa dello spazzino romano sono percorsi da una fantasia poetica che si colloca tra l’ironico e il fantastico, senza perdere mai di vista il referente realistico. Nei giorni sconvolgenti di Chernobyl il protagonista tenta fantasticamente di scomporre il reale e di considerare tutto il mondo raccolto in una piazza, sentendosi dominato da un incubo onirico in cui le persone e le cose si riducono, si estendono, spariscono e ricompaiono. Gli esseri animati paiono divenire volumi inerti, mentre le cose, nate da un’arte e da una fantasia antiche di millenni assumono magicamente il soffio vitale: il Marco Aurelio del monumento equestre in Campidoglio partecipa al viavai di turisti, curiosi e perdigiorno che riempiono la piazza, e non apprezza chi gli scatta banali fotografie, ma piuttosto ama ascoltare le note di un omino in frac che suona tra l’indifferenza degli astanti. La sua statua è così imponente che un popolano, il Ciuto, s’inginocchia e si fa il segno della croce, scambiando per un santo l’imperatore romano.

In Zecchinetta c’è l’amarezza, c’è la rassegnazione, ma anche la saggezza scanzonata dei romani, accompagnata spesso da una risata liberatoria, come in Gita a Venezia e in Arrivano le donne. A lui non interessa il valore, il prezzo degli oggetti che egli riesce a recuperare: si tratta infatti perlopiù di cianfrusaglie, ma dietro ad ognuno sa che ci cela una storia, un capriccio, un’avventura, una lagrima, un sorriso. Questo vale per gli oggetti minuti, come per quelli importanti, storici: nella sua gita al Gianicolo, spazzare intorno alla quercia del Tasso, che tanto aveva commosso il Leopardi, non lo lascia indifferente.

L’indifferenza del vivere, dell’accettare quella che ci appare come una routine quotidiana può venire scossa solo in momenti eccezionali: in Reparto traumatologico un uomo uscito dal coma comunica a Zecchinetta questa considerazione: “Non badiamo mai a quanto sia preziosa la luce, la facoltà di respirare normalmente. È un bene che diamo per scontato, ma chi lo perde vive una tragedia orribile”. E continua con la saggezza di  quella filosofia popolare: “La malattia è un’assenza terribile che allontana dal mondo”.

I rifiuti danno i confini topografici della povertà cittadina e della ricchezza: si conosce così la geografia sociologica dei rioni e dei quartieri, e il tifo stesso ne è uno spaccato veritiero di felice rilievo anche agli occhi dei colleghi di Zecchinetta, quando essi, intorno al letto di ospedale della sua figlia, la bella Angela, vittima di un incidente d’auto, fanno capire al medico che “tra media e alta borghesia non c’è questo fiato di amicizia e di rispetto”. Per giunta la ragazza chiede con un filo d’ironia al dottorino che la guarda con interesse: “La sposeresti tu una spazzina?”
I miti popolari si collegano a una naturale onestà, come nel caso del ritrovamento di una bambina abbandonata in un cassonetto: la lettera indirizzata al presidente Giuseppe Mannino con la quale si dà notizia dell’accaduto non è solo un piccolo capolavoro del “romanesco ciovile” di belliana memoria, ma un documento di semplice e disarmata umanità (Lettera al Sindaco).
Umanità che si ricercherebbe invano nei nuovi assunti dall’azienda comunale di nettezza urbana, cui il titolo di studio non aggiunge nulla all’infuori di un volgare razzismo. Un giovane, “uno di quegli operatori che hanno studiato e non hanno trovato lavoro adeguato e si sono arresi a pulire le strade”, offre un esempio degli squallidi segni dei nostri tempi, se, parlando della “nuova monnezza”, dice che questa “ha un colore diverso da quando ci sono neri, gialli, russi e turchi che hanno invaso la città. Per la verità lui ha detto sputacchiando e con un certo disprezzo che gli stranieri hanno infestato la città come topi di fogna e producono sporcizia”. All’intelligenza beffarda di Zecchinetta non sfugge il profilo politico del bizzarro soggetto: “Si vedeva che era di un certo partito. Ma io vorrei sapere come ha fatto a distinguere una monnezza dall’altra, stabilendo che prima dell’arrivo degli stranieri era diversa. Che c’ha il termometro nelle mani per misurare cacca e sporcizia? E poi, questo individuo non ha proprio niente da fare?” (Gemellaggio).

La fabula motoria (l’aggettivo ne evidenzia efficacemente la progressione diacronica), che  attraversa i vari racconti, delinea mutamenti di umori, metamorfosi antropologiche, storie erotiche, tra le quali particolarmente belle sono Al lido, Zecchinetta e la  bruna, Il turno di notte, Le amanti. L’amore è trattato con sorridente levità, anche se il penultimo dei tre racconti non va letto esclusivamente come un divertissement, ma interpretato in chiave psicanalitica.

Infine Zecchinetta in pensione e Zecchinetta scrittore costituiscono il trait d’union con i sette racconti conclusivi scritti dal protagonista, elogiati da Moravia. Si tratta di esperienze comuni che pur nella loro semplicità suscitano una frotta di pensieri nel lettore. Una frase paradossale, gettata in mezzo al malinconico pubblico di un ufficio postale suscita le più impensabili reazioni; ma un anziano pensionato “che cosa farebbe tutto il giorno se non trovasse questi momenti piacevoli?” (L’ufficio sotto casa). Tutt’altro che scherzoso è il racconto La piccola Erminia: la stampa nazionale e internazionale, in questi ultimi tempi, ha riempito non poche pagine di cronaca con le storie di preti pedofili. Ma se questi fatti raccapriccianti si fossero svolti negli anni del dominio temporale, l’infante oltraggiato sarebbe stato considerato un’incarnazione del maligno tentatore e l’adulto usante violenza, specie se vestito con i panni di un alto prelato, avrebbe assunto la parte di vittima turpemente tentata.

Questi racconti di Zecchinetta vanno dal distacco ironico, ai terribili drammi che la Storia con la S maiuscola ignora, alle piccole e grandi manie (ma si tratta veramente e in ogni caso di manie?) dei nostri contemporanei. Ecco quindi  chi parla ai libri per manifestare ad essi soltanto i suoi casi e chi semina lungo le strade di maggior traffico dei chiodi per protesta contro la rumorosa babele delle auto; ecco la tristezza delle litigiose riunioni condominiali, dei convegni ad anni di lontananza di ex compagni di classe che stentano a riconoscersi, la metamorfosi di un addio, la primordiale e irrazionale crudeltà dell’“omino della sosta”.

Walter Veltroni ha scritto un’acuta e sobria prefazione al libro del Maffìa, ponendo l’accento sulla durezza della vita e sull’impegno letterario di narrarla, sulla violenza di un consumismo senza freni visto con gli occhi di uno spazzino, sulla “particolare umanità” con cui l’uomo si difende, o tenta di difendersi, dall’omologazione dei tempi moderni, su cose e persone osservate con disinganno “che è però amore per la vita, per il tempo. Per gli uomini”.

Gabriele Di Giammarino


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