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Luciano Bianciardi, Ai miei cari compagni, Stampalternativa, Roma, 2007 |
“Ai miei cari compagni” è un’opera molto particolare.
È un’opera “composta” dal figlio di Luciano, Ettore Bianciardi, che ha raccolto alcuni scritti del padre e accostandoli ne ha fatto un insieme organico. “Ai miei cari compagni” è una rievocazione curata nei minimi dettagli, e il fattore ucronico non confonde le idee, semmai conferma il senso di alcuni accadimenti: Bianciardi ci strizza l’occhio e ci invita a non abbassare la guardia, a non farci distrarre dall’apparenza di una storia che morta e sepolta non è.
Il racconto si apre con lo sciopero del fumo indetto dai milanesi per danneggiare le finanze austriache e getta subito chi legge nel mezzo di quel mondo un po’ risorgimentale e un po’ contemporaneo – un mondo bianciardiano: questo impatto immediato disorienta un po’ il lettore, prima che la bravura dello scrittore si faccia capire e chiami al proprio gioco. In coda al racconto di Luciano Bianciardi, Ettore Bianciardi ha stilato un'appendice in cui riassume gli argomenti di ogni capitolo e propone brevi temi di riflessione: il suo lavoro è ultile, ed è anche divertente. È una mano esterna, che aiuta il lettore a districarsi nell’entusiasmo di Luciano, ma è anche un ammiccamento alle logiche del feuilleton ottocentesco e al linguaggio del racconto principale. Non è quindi uno stacco, ma un’integrazione abile, che raccomando di utilizzare quanto più possibile per rendere la lettura ancora più chiara e piacevole. La scelta da parte di Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampalternativa, di “Ai miei cari compagni” come manifesto politico e culturale mi sembra azzeccata. I testi di Bianciardi esprimono combattività e libertà di spirito; nonostante Bianciardi fosse un intellettuale lucido e la vita l’abbia a volte deluso, in “Ai miei cari compagni” emerge un’attitudine in particolare, che ne fa un manifesto perfetto: la gioia sincera di credere fortemente in qualcosa e di intraprendere una lotta per realizzare i propri ideali. |
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