STUDIO83

RECENSIONI
 
Elisabetta Bucciarelli
Dalla parte del torto
Mursia, Milano 2007

“Dalla parte del torto” è la seconda prova di Elisabetta Bucciarelli come romanziera, più nello specifico, come giallista. Scrittrice di articoli, saggi e racconti e autrice di sceneggiature molto apprezzate, la Bucciarelli ha intrapreso una ricerca stilistica interessante e consapevole, e padroneggia bene i canoni del genere.

Come ogni giallo classico, infatti, “Dalla parte del torto” narra di un’indagine di polizia su una serie di omicidi, svolta da un’ispettrice (licenza mia, dato che la Bucciarelli sceglie di chiamarla “ispettore” in tutto il romanzo) e dai suoi collaboratori, quasi tutti “outsider” (in osservanza al canone di genere); perciò forieri di punti di vista alternativi al poliziottesco, e rappresentanti di ambienti artistici e intellettuali diversi e di un dubbio gusto, che caratterizza un po’ tutti i personaggi del romanzo.
La storia, infatti, introduce diverse tematiche e ci porta in ambienti sociali, intellettuali e sessuali di umanità varia: dalle sperimentazioni dell’arte contemporanea à la page milanese, agli ambienti di ricreazione della società bene che poi tanto bene non è (tema, questo, anche del primo romanzo “Happy hour”, con la stessa squadra di detective all’opera). In più, si accenna en passant all’ambiente sadomaso, che oggi si chiama BDSM e si ammanta di filosofie di vita, e si fa un’incursione negli studi ginecologici: tratto, questo, che rende omaggio al gender, dato che rispecchia fatti della vita quasi sempre assenti dall’immaginario della scrittura maschile.

L’escursione umana e sociologica non è compiuta ai danni della storia di genere, e questo è il grande pregio di “Dalla parte del torto”: la carne al fuoco è tanta, ma non è indigesta, o fuori luogo.
La Bucciarelli conduce bene il gioco dell’indagine e dei movimenti di accerchiamento del colpevole, svolti dalla polizia e dalla narrazione che non permette salti troppo affrettati e lascia ogni cosa a suo tempo; gli argomenti che potrebbero far uscire di strada l’andamento del racconto – la sociologia del fighetto attempato, la devianza sessuale, più in generale la ricerca spasmodica di una legittimazione sociale al proprio modo di essere, da parte di una generazione trovatasi adulta senza “ammortizzatori” comunitari – sono gestiti con destrezza: a volte, anzi, sono in secondo piano, resi in questo modo più realistici e incisivi.
“Dalla parte del torto” non parla di società, di una città, tanto meno di sesso, ma di un’indagine: ma il porre gli elementi sopra descritti nel flusso normale degli eventi, senza estrapolarli o dare loro più spazio di quanto ne pretende il vissuto quotidiano, li rende eccezionalmente concreti, agenti de profundis nella vicenda e nella società delineata da personaggi e atti che in essa hanno vita. La riflessione che fa da sfondo al romanzo è compiuta, metabolizzata dall’autrice e non è perciò superficiale, tanto meno immediata; anzi, direi quasi ipermediata dalla minuziosità stratificata dello stile, di cui vado a parlare più nello specifico.

“Dalla parte del torto”, infatti, non è un romanzo facile: non lo è per la sua complessità, per la lunghezza e soprattutto per lo stile particolare dell’autrice, che compie una ricerca linguistica a livello lessicale-espressivo, più che strutturale, che nel romanzo si mostra ancora in fieri. La Bucciarelli gioca con le parole, con i doppi sensi, con le assonanze e con le metafore che spinge spesso verso il livello successivo, quello dell’allegoria. Ci sono giochi di parole, citazioni da canzoni e slogan che pescano nell’immaginario condiviso della cultura pop; ci sono molti, moltissimi aggettivi. In questo, forse, sta un difetto del romanzo: la sperimentazione espressiva della Bucciarelli è condotta alle volte a scapito della leggibilità dell’opera, in più punti rende difficile seguire il discorso e obbliga il lettore a rileggere, per cogliere ogni aspetto dell’espressione – l’onomatopea, la citazione, il gioco lessicale ma anche di senso nel contesto narrato.

È ovvio che una certa difficoltà è congenita a questo tipo di scrittura, che tira in ballo una costruzione del senso su più livelli seguendo una stratificazione verticale. Per questo, devo rilevare che l’editing non ha aiutato affatto l’autrice, né il lettore, dove avrebbe dovuto: ad esempio, cercando di sciogliere alcuni nodi stilistici della prima (dei passi un po’ contorti, il costante doppio-triplo aggettivo) e più in generale semplificando la vita al secondo. Oltre a questo, ha lasciato qua e là per il romanzo l’inciampo tipico in cui si incorre quando si costruiscono periodi lunghi e articolati: la virgola tra il soggetto e il verbo della frase, che tra l’altro è un vero e proprio errore grammaticale, anche abbastanza fastidioso, che spezza l’incanto dell’ipotassi.  

Insomma, “Dalla parte del torto” è un’opera interessante, che nella grande consapevolezza dell’autrice, oltre in quanto già detto, trova il suo punto di forza (e si fa perdonare un improbabile colpo di scena un po’ troppo à la Cornwell, verso la conclusione). Una padronanza del canone, dell’espressione e dell’“ordine” narrativo dei temi affrontati garantisce una lettura ricca di spunti. Lo stile dell’autrice sceglie l’abbondanza, alle volte la ridondanza, dimostrandosi sofisticato, nel senso positivo del termine: la Bucciarelli potrebbe ora prendere la strada della sottrazione, del labor limae all’insegna della mancanza, che guadagnando in sintesi potrebbe rendere il suo modo di raccontare molto più coinvolgente e “totale”.


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