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Elisabetta Bucciarelli Dalla parte del torto Mursia, Milano 2007 |
“Dalla parte del torto” è la seconda prova di Elisabetta Bucciarelli come romanziera, più nello specifico, come giallista. Scrittrice di articoli, saggi e racconti e autrice di sceneggiature molto apprezzate, la Bucciarelli ha intrapreso una ricerca stilistica interessante e consapevole, e padroneggia bene i canoni del genere. Come ogni giallo classico, infatti, “Dalla parte del torto” narra di un’indagine di polizia su una serie di omicidi, svolta da un’ispettrice (licenza mia, dato che la Bucciarelli sceglie di chiamarla “ispettore” in tutto il romanzo) e dai suoi collaboratori, quasi tutti “outsider” (in osservanza al canone di genere); perciò forieri di punti di vista alternativi al poliziottesco, e rappresentanti di ambienti artistici e intellettuali diversi e di un dubbio gusto, che caratterizza un po’ tutti i personaggi del romanzo. L’escursione umana e sociologica non è compiuta ai danni della storia di genere, e questo è il grande pregio di “Dalla parte del torto”: la carne al fuoco è tanta, ma non è indigesta, o fuori luogo. “Dalla parte del torto”, infatti, non è un romanzo facile: non lo è per la sua complessità, per la lunghezza e soprattutto per lo stile particolare dell’autrice, che compie una ricerca linguistica a livello lessicale-espressivo, più che strutturale, che nel romanzo si mostra ancora in fieri. La Bucciarelli gioca con le parole, con i doppi sensi, con le assonanze e con le metafore che spinge spesso verso il livello successivo, quello dell’allegoria. Ci sono giochi di parole, citazioni da canzoni e slogan che pescano nell’immaginario condiviso della cultura pop; ci sono molti, moltissimi aggettivi. In questo, forse, sta un difetto del romanzo: la sperimentazione espressiva della Bucciarelli è condotta alle volte a scapito della leggibilità dell’opera, in più punti rende difficile seguire il discorso e obbliga il lettore a rileggere, per cogliere ogni aspetto dell’espressione – l’onomatopea, la citazione, il gioco lessicale ma anche di senso nel contesto narrato. È ovvio che una certa difficoltà è congenita a questo tipo di scrittura, che tira in ballo una costruzione del senso su più livelli seguendo una stratificazione verticale. Per questo, devo rilevare che l’editing non ha aiutato affatto l’autrice, né il lettore, dove avrebbe dovuto: ad esempio, cercando di sciogliere alcuni nodi stilistici della prima (dei passi un po’ contorti, il costante doppio-triplo aggettivo) e più in generale semplificando la vita al secondo. Oltre a questo, ha lasciato qua e là per il romanzo l’inciampo tipico in cui si incorre quando si costruiscono periodi lunghi e articolati: la virgola tra il soggetto e il verbo della frase, che tra l’altro è un vero e proprio errore grammaticale, anche abbastanza fastidioso, che spezza l’incanto dell’ipotassi. Insomma, “Dalla parte del torto” è un’opera interessante, che nella grande consapevolezza dell’autrice, oltre in quanto già detto, trova il suo punto di forza (e si fa perdonare un improbabile colpo di scena un po’ troppo à la Cornwell, verso la conclusione). Una padronanza del canone, dell’espressione e dell’“ordine” narrativo dei temi affrontati garantisce una lettura ricca di spunti. Lo stile dell’autrice sceglie l’abbondanza, alle volte la ridondanza, dimostrandosi sofisticato, nel senso positivo del termine: la Bucciarelli potrebbe ora prendere la strada della sottrazione, del labor limae all’insegna della mancanza, che guadagnando in sintesi potrebbe rendere il suo modo di raccontare molto più coinvolgente e “totale”. |
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