STUDIO83

associazione culturale per scrittori esordienti

RECENSIONI
 
Silvia Ognibene, Esordienti da spennare, Terredimezzo, Milano 2007

“Esordienti da spennare” è un saggio breve e scorrevole di Silvia Ognibene, nel quale l’autrice racconta la sua indagine su un tema ultimamente molto controverso: l’editoria a pagamento.
Raccolti alcuni scritti a caso, senza coerenza, volutamente sciatti e senza revisioni, l’autrice li invia a una serie di case editrici “sospette”, riporta le loro risposte e smaschera le richieste di contributo, ragionando via via su quanto emerge: contratti un po’ strani, inciampi, promesse poco chiare e cocenti fregature.

Il racconto della Ognibene avvince il lettore, in particolare il lettore-scrittore, e ha un bel punto di forza: non teme di fare nomi, anzi riporta titoli e conversazioni, lettere e risposte, ottenendo il doppio risultato di elaborare un discorso sensato sull’argomento e di tracciare una serie di “casi di controllo” di editori dai ben dubbi scopi.

Qual è la differenza tra editoria tradizionale e editoria a pagamento? La prima discriminante è, come noto, il fatto che l’editore a pagamento non assolve alla sua carica di imprenditore, o se vogliamo, lo fa in un quadro di riferimento totalmente diverso: chiedendo all’autore di accollarsi i rischi economici dell’impresa, dimostra di essere il primo a non credere e non considerare l’opera pubblicata come un vero investimento. La Ognibene, tuttavia, va oltre questa prima lampante osservazione per affrontare la questione da più punti di vista.

Quanto emerge in prima analisi (sottolineato dalla eloquente chiosa di Baraghini in quarta di copertina), è che l’editoria a pagamento fa ciò che l’editoria tradizionale evita per statuto: pubblicare qualunque cosa, a prescindere dai minimi criteri di decenza che renderebbero uno scritto, appunto, pubblicabile. L’unica condizione posta per vedere stampato il proprio capolavoro è sborsare cifre piuttosto consistenti, spesso ai limiti della truffa.

La Ognibene passa dunque in rassegna le motivazioni che, a detta di tali editori, spingerebbero il mercato editoriale verso la scappatoia della richiesta di contributo: c’è grossa crisi, nessuno legge, nessuno compra, si stava meglio quando si stava peggio… e così via. Vero o non vero, l’acume dell’autrice sta soprattutto nel mettere l'accento su un'interpretazione precisa dell’intero sistema: la vanity press, l’editoria dei narcisisti. Solleticare le manie di grandezza dello scrittore, coccolarlo, sedurlo per vendergli un servizio, mettergli tra le mani il gioiello finalmente stampato: questo è ciò che fa la maggior parte degli editori a pagamento, questa è la trappola nella quale vanno a cacciarsi gli autori in cerca di moine che non trovano altrove.

Accanto a queste case editrici, sottolinea però la Ognibene, ce ne sono altre che, pur richiedendo un contributo agli autori, fanno comunque il loro dovere: selezionano gli scritti da pubblicare, hanno un vero e proprio catalogo, promuovono l’opera e hanno almeno un minimo circuito distributivo; questi casi, anche se rari, rappresentano il lato migliore dell’editoria a pagamento, quello che pur privilegiando un investimento più sicuro non abdica a una funzione culturale sentita come ugualmente pregnante.


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