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Un mondo da buttare - Recensione libro

Scrivere un romanzo a tesi è un’operazione complessa e abbastanza rischiosa. Allo stesso tempo, è un’esigenza comprensibile in un sociologo della comunicazione.
Giuseppe Ausilio Bertoli ottiene con il suo “Un mondo da buttare” un discreto successo: riesce a mettere sulla pagina questioni macroscopicamente epocali, “svolgendole” nella trama del quotidiano e delle esistenze singole. Le narra, dunque, nel vero senso della parola: raccontando storie emblematiche ma che suonino familiari e realistiche.

Stefano Vitti, marchigiano emigrato a Padova per sottrarsi ai soffocanti progetti della famiglia di origine, lavora per una agenzia pubblicitaria e intesse relazioni di amicizia con una serie di donne, che rappresentano vari tipi umani. Tipi caratterizzati dalla diversa reazione al generale imperativo conformista della perfezione, prima di tutto fisica.

Katrina è immigrata dalla Lettonia con ambizioni legate alla propria bellezza, ma resta vittima di ripetute violenze a causa delle quali entra ed esce dall’inferno della prostituzione. Inferno solo tratteggiato nel romanzo, ma che è ben presente a molte donne immigrate, che nelle province italiane, prive di vie di affermazione o di fuga, sono intrappolate in quello che gli uomini si aspettano di ottenere da loro: sesso e arrendevolezza da “straniera” (nel Veneto è la “donna dell’est”, in altre regioni l’inferiorità è legata a provenienze diverse). L’altra “immigrata”, Barbara, proviene dal Cilento: è insegnante precaria e succube del fidanzato, distante e superficiale, che lei si ostina a voler amare. Queste due donne vitali sono destinate a ferirsi, perché combattono per le cose sbagliate; e sono il lato di una medaglia che sul suo verso ha Sarah e Dalia. Sarah, psichiatra in carriera, prodiga di consigli strampalati ma operativi, agisce in modo assertivo per “sistemare” e “mettere a posto” le persone che ha accanto, ed è positiva per Stefano, perché è presente. Dalia, infine, è la figura femminile che incarna il contrario della vittima: single felice, giornalista di successo, donna forte e sicura di sé, diventa presto il “nume tutelare” dell’insicuro Stefano. E sul finale del libro, Dalia allude a una propria asessualità di fondo, che forse per l’autore è l’unica reazione conveniente all’oggi: ovvero il sottrarsi completamente al sesso, che permea ogni dinamica di sopraffazione e inganna chi vi cade attirato dall’edonismo.

Stefano, protagonista e insieme unico personaggio maschile di rilievo, è insieme protettivo e bisognoso di protezione. È in grado di aiutare le sue amiche in difficoltà, ma allo stesso tempo è lui stesso alla ricerca di vicinanza, di risposte, di “una donna che ti faccia da padre e da madre”, come gli dice saggiamente Dalia. Stefano è inorridito dalla cultura dell’immagine, basata sui centimetri in più o in meno di pelle femminile e sulla perfezione dei fondoschiena; ma allo stesso tempo redige per lavoro testi pubblicitari sterili e allineati, e non è immune al fascino fisico e sessuale della perfezione.  Accanto ai personaggi credibili ma “esemplari” delle donne, Stefano è un carattere ancora più credibile e il meglio delineato: semplicemente perché, come ogni personaggio fatto bene, è contraddittorio, a volte sibillino e spesso poco chiaro a sé stesso.

Ausilio Bertoli è abile anche nel muovere i personaggi su una scacchiera credibile, fatta di gesti quotidiani e di avvenimenti giornalieri: apparentemente slegati tra loro, scandiscono la progressione delle vite, ma insieme compongono un’invettiva verso il difficile e alienante mondo di oggi. Mondo rappresentato con uno scenario preciso e non facile: la cittadina veneta, dove la tranquillità provinciale si lascia sconvolgere facilmente dalla microcriminalità e vive sé stessa come vittima di un illusorio Far West. È un ambiente tradizionalmente piccolo e chiuso, nel quale il “fuori” irrompe senza molte cerimonie e leva ulteriormente punti di riferimento. Immigrati, emigranti, starlette lettoni, militari statunitensi, affaristi cinesi, il mondo con la sua complessità violenta si lascia scorgere tra le pagine del romanzo grazie a dettagli accurati e particolari apparentemente periferici, ma in grado di restituirci il senso di straniamento vissuto dai personaggi e da una parte della nostra società.

Questo romanzo “sociologico” è quindi efficace: all’obiettivo raggiunto di descrivere e denunciare gli effetti collaterali di un’epoca, aggiunge un intreccio semplice e interessante da seguire, grazie a uno stile per lo più scorrevole e accattivante. Il punto debole del testo sono forse i dialoghi, spesso impostati e appunto “a tesi”; e alcune difformità come il cambio di punto di vista, da Stefano a Katrina, che in un paio di passi rompe il flusso narrativo restando poco coerente con il resto.

“Un mondo da buttare” resta comunque un romanzo interessante, che ci racconta storie realistiche e insieme emblematiche, in modo più coinvolgente di quanto farebbe un trattato, ma in maniera più diretta ed efficace.

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