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Non raccogliere gli ananas - Recensione libro

Non raccogliere gli ananas
Valeria Massa - Araba Fenice, 2017

Sébastien è un uomo anziano, con una ferita nel suo passato: il figlio François è morto a soli otto anni, ucciso in tempo di guerra da una bomba inavvertitamente raccolta sull’argine del fiume. Dopo questo terribile evento, la vita di Sébastien ha avuto una svolta: il distacco, la separazione dalla moglie Giuseppina annichilita dal dolore, la vita lontano dalle Langhe, in Francia.
Ma quando Giuseppina viene a mancare, Sebastién rintracciato dai nipoti torna nel paese della sua infanzia e del suo passato tragico, e si confronta con il mondo vecchio e con quello nuovo, con i drammi del passato e con quelli del presente.

“Non raccogliere gli ananas” è la storia di un ritorno: un percorso di formazione tardivo che permette al protagonista di riannodare i fili di una vita interrotta bruscamente, e di ritrovare posto in un mondo che nel frattempo è andato avanti. Oltre alla morte misteriosa di François, Sébastien deve infatti prendere atto di difficili rivelazioni sul proprio passato familiare, e anche su un delitto recente: ogni cosa è legata all’altra, in una trama di verità inconfessabili ma allo stesso tempo risapute, come spesso accade nelle realtà provinciali.

Il percorso del protagonista è costellato di colpi di scena che riescono a tenere viva l’attenzione del lettore, altrimenti messa alla prova da una narrazione molto tradizionale e da uno stile non sempre ben centrato.

La lingua del romanzo è semplice, diretta, elegante, ma non sempre efficace.
In primo luogo perché la voce narrante alla prima persona, la viva voce di Sébastien, non si adatta perfettamente a quella che dovrebbe essere la personalità di un vecchio signore, titubante e affaticato dagli eventi: alle volte suona troppo moderna e disinvolta, come se appartenesse a qualcuno molto più giovane.
C’è poi una tendenza al didascalismo, a spiegare e tirare le somme di un fatto nel momento stesso in cui lo si sta raccontando: questo attenua il coinvolgimento, specialmente nelle scene di azione o di rivelazione, nelle quali la tensione narrativa potrebbe essere molto più alta.
Infine, la scelta di usare il passato prossimo come tempo verbale principale dà al tutto un certo tono pedante (ho fatto… ho detto… ho pensato…).

Ultima pecca, il titolo: è confusivo, un po’ maldestro, perché non centra del tutto il vero punto della storia, e dà anche un’aura surreale a una storia che non lo è affatto.

Ci troviamo comunque di fronte a un romanzo ben leggibile e interessante, che racconta storie di un passato ancora poco conosciuto, in un’ambientazione ricercata e non banale.

L’autrice sa scrivere e sa costruire storie: ora deve trovare una voce più personale, efficace, e incisiva, per rendere più emozionanti le sue prossime storie.

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