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Fabrizio Bianchini e Alberto Cola |
Inizia con una prefazione di Vittorio Catani la breve antologia di Fabrizio Bianchini e Alberto Cola, tutti e tre nomi noti nel panorama del fantastico italiano, qui riuniti dalla giovane casa editrice Montag. Catani pone subito l’accento sulla diversità che intercorre tra gli stili dei due autori, che rende l’alternarsi dei rispettivi racconti un aspetto caratterizzante di “Rotte Clandestine”, ma definisce anche l’assonanza principale: la ricerca costante, nella narrazione, di un’intensità che a sua volta raggiunga il cuore del lettore. È questa ricerca a dare un senso all’antologia, a tenere legati tra loro racconti che spaziano fra tematiche, generi e ambienti molto diversi: dal racconto drammatico a quello storico, dalla denuncia sociale all’horror, dal surreale all’ucronia. Fabrizio Bianchini ci offre una panoramica di personaggi e vicende più legati alla vita di tutti i giorni, spesso immersi nel quotidiano con tutte le sue sfumature; altre volte, invece, sorprende con virate “atipiche” come il gustosissimo racconto “Quella volta che Robybaggio”. Il suo sguardo sul mondo è caratterizzato da ironia e sapiente ingenuità, e dalla capacità di cogliere, al di là del dolore, l’aspetto migliore delle cose. Alberto Cola si colloca invece su un versante quasi opposto, più cupo e intimista, dal quale ci regala ritratti di mondi bui, spesso disperati, affrontando tematiche difficili che non risparmiano dilemmi etici e violenza. Il suo apice lo tocca con “Le stagioni di pietra” (vincitore tra l’altro del premio Cuore di Tenebra), racconto drammatico di incredibile intensità. I diversi stili narrativi e visioni del mondo di Cola e Bianchini sono i due poli su cui oscilla “Rotte Clandestine”, i due fulcri di un’opera che trova in questa alternanza, oltre che negli altri elementi già evidenziati, la sua ragion d’essere più intrigante. C’è un aspetto che invece stona con tutto il resto, una scelta editoriale a mio parere inelegante: la prefazione – o postfazione, a seconda dei casi – che gli autori fanno di ognuno dei propri racconti. Ne avevamo già parlato a proposito dell’antologia “Concepts – Moda", giustificandola in quel caso come un interessante paragone tra le intenzioni degli autori, tutti esordienti, e i risultati raggiunti. Bianchini e Cola però esordienti non sono di certo, e sarebbe a mio parere più corretto lasciar “parlare” solo i racconti, piuttosto che illustrarne le dietrologie, perché tale manovra ha come effetto principale la rottura dell’incantesimo narrativo, e questo è un vero peccato. |
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