STUDIO83

RECENSIONI
 
AA.VV., Viva Las Vegas, Las Vegas Edizioni, Torino, 2008

 

“Viva Las Vegas” è il primo titolo pubblicato da Las Vegas Edizioni e ha intento esplicitamente autocelebrativo: “quindici racconti per festeggiare la nascita di Las Vegas”. La particolarità dell’antologia non si esaurisce nel suo scopo, né nell’aver scelto per un esordio la forma-racconto, pericolosa e di solito poco redditizia: gli autori, infatti, anche se già pubblicati e comunque abbastanza esperti, sono giovani - anche classe ’80 o ’82.

La presentazione dell'antologia è stata definita "giovanilistica" da un recensore dell'Indice: in effetti è piuttosto garrula e non rende piena giustizia alla raccolta. Si apre “Viva Las Vegas” con curiosità, e il piacere di una lettura che non è solo "cool" si accompagna alla sorpresa.
I racconti sono di buon livello, diversi tra loro in struttura e modi narrativi, oltre che nei temi. Se volessimo conferire un’omogeneità letteraria all’antologia, cercare un argomento comune o uno scopo generale che vada oltre il festeggiamento annunciato, potremmo individuarli nella forma-racconto in sé. “Viva Las Vegas” è una festa del racconto, che viene coniugato in quanti più modi possibile, con le soluzioni più differenti. Ne risulta una costellazione dove si articolano molte delle possibilità offerte dalla “novella”, che ha una grande tradizione e spesso poca considerazione: a torto. Ce lo dimostrano i quindici “scrittori giovani e forti” che mettono in campo le loro idee rette da robuste dosi di tecnica letteraria.

Ai racconti “tradizionali” se ne affiancano di più eccentrici; fermo restando che, in genere, il racconto in prima persona singolare la fa da padrone, il monologo è declinato in forme diverse tra loro, che non portano mai a ripetizioni. C’è la lettera, il pensiero quasi in flusso di coscienza, il semplice racconto al passato e la trascrizione di una registrazione, un “monologo ad alta voce”. Ci sono racconti tutti basati sulla surrealtà, altri creano aspettative che fanno correre per finire la lettura, altri ancora giocano con il disvelamento graduale di dettagli che solo tutti insieme e solo alla fine creano la storia. Insomma, dal punto di vista stilistico e narrativo non ci si annoia di certo e grazie alla diversità e alla qualità dei racconti non si è mai tentati di interrompere la lettura.

Anche i temi affrontati sono interessanti e non annoiano. Il curatore Andrea Malabaila ha affermato che “Viva Las Vegas” è rivolto principalmente a lettori giovani, ma accanto all’evasione che ci si aspetta in prodotti “per giovani” (e che comunque è presente anche qui, e ben venga), ci sono anche temi spinosi: l’isolamento sociale, la diversità, il delitto, l’invidia, la convivenza tra realtà culturali diverse. Anche il racconto d’amore è declinato in forme ben diverse da quelle romantiche: vi trovano posto l’incertezza per il futuro, il paradosso, l’autolesionismo, l’emarginazione, gli equivoci causati dall’incomunicabilità.

Due parole in più vorrei spenderle per il componimento poetico, l’unico in un’antologia di prosa, di Gabriele Dadati:“Per Doina Matei”. Al di là dell’aspetto tecnico, il componimento dedicato alla giovane che ha ucciso una coetanea colpendola con un ombrello getta una luce diversa sull’intero libro.

Un’antologia di racconti di autori vari, infatti, è abbastanza difficile da recensire e da ricondurre a un’omogeneità chiara: per farlo, bisogna prestare attenzione alla cura della raccolta, ai motivi che hanno portato all’inclusione dei racconti presenti e all’effetto provocato durante la lettura dall’accostamento dei vari “pezzi”, oltre al valore di quei “pezzi” considerati singolarmente. La cura di “Viva Las Vegas” mi è parsa buona e coraggiosa, per la sua volontà di parlare e far parlare due generazioni (i ventenni e i trentenni) contraddittorie, colorate e confuse, ma che non hanno paura di rimestare nei conflitti.
Parlo dei ventenni in particolare: schiacciata dall’accusa di inesperienza, tacciata di “bamboccioneria” da chi ha interesse a tenerci ai margini, la nostra generazione porta con sé una nuova visione delle cose, più complessa, meno ordinata, ma più sincretica; e per farla valere si affida, in “Viva Las Vegas”, all’energia della propria tecnica e all’intensità di una ricerca lungi dall’essere conclusa.


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