Paco Ignacio Taibo II

"Ritornano le Tigri della Malesia"

Marco Tropea Editore, Milano 2011

[NARRATIVA E POESIA]



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“Ritornano le Tigri della Malesia” è “in definitiva, schiettamente, [..] un pastiche salgariano risultato dalla congiunzione tra una assidua vocazione letteraria per il romanzo d’avventura e la mia passione infantile per il maestro della narrativa d’azione”.

Con queste parole, Paco Ignacio Taibo II esplicita l’origine e la ragion d’essere del romanzo, in una divertente nota introduttiva.  In effetti, questa sua è la definizione più esaustiva del romanzo: una messa in scena del ritorno dei Tigrotti, costretti a riprendere le armi e a imbarcarsi (è proprio il caso di dirlo) in nuove avventure, per difendere se stessi e le terre che amano dalle mire espansionistiche di affaristi avidi e sinistri. Di più non si può dire: il bello della lettura sta nella scoperta, un capitolo “puntata” dopo l’altro, di un intreccio intricato e popolato da mille personaggi.

“Ritornano le Tigri della Malesia” è dunque un omaggio a Salgari, al suo stile e alla sua inventiva; ma anche un ritorno amorevole ai personaggi che popolano la saga  dei pirati di Mompracem e a quello che rappresentano. Di salgariano resta l’avventura pirotecnica, i bruschi colpi di scena e la gioia del coup de theatre; ma Paco Ignacio Taibo II aggiunge anche qualcosa di sé, delle sue convinzioni e della sua visione politica, senza forzare il materiale narrativo, piuttosto portando alla luce ciò che era già presente in Salgari, ma meno esplicito.
Come è giusto che sia, l’opera di Taibo II è più smaliziata, meno incline al sense of wonder del maestro e iperletteraria (in qualche tratto anche a sproposito, devo dire).  E se questo romanzo ha un pregio, è quello di far venire la voglia di rileggere Salgari e di immergersi nei suoi mondi costruiti a partire da “mediocri enciclopedie, improbabili carte geografiche e carenti dizionari”.  
Assistiamo a un confronto tra scrittori, nel corso del quale il secondo non nega i difetti del primo, non cerca di farne un mito intoccabile (a differenza dei personaggi, quelli sì senza macchia), ma li affianca ai pregi: “una superba, meravigliosa immaginazione e un portentoso talento di affabulatore”.

In questo caso, quindi, il giudizio sull’opera non può che essere largamente positivo. I dubbi, semmai, nascono sul lavoro della casa editrice italiana. Se da un lato ringrazio Marco Tropea Editore per aver offerto il romanzo al pubblico italiano, non posso non rilevare l’insufficiente lavoro editoriale.
Il testo contiene molti refusi; peggio ancora, la traduzione incappa in diversi scivoloni e pare a volte arrangiata,  campata in aria o addirittura sbagliata. In questi casi, si punta  giustamente il dito sul traduttore (Pino Cacucci); tuttavia, un editing della traduzione avrebbe rimediato alla maggior parte dei problemi, per non dire a tutti, considerando anche che la lingua di origine non è il creolo haitiano o un oscuro dialetto malese, ma lo spagnolo.  Il fatto che questo particolare tipo di editing, meno conosciuto ma necessario, sia assente è da imputare alla casa editrice.
L’ultimo appunto in tema riguarda il titolo (tralasciando la citata "involontaria partecipazione" di Salgari, proprio una brutta espressione): quello originale è un classico “El Retorno de Los Tigros de la Malasìa”, Il ritorno delle Tigri della Malesia… può sembrare scontato solo a chi non ne coglie l’iperletterarietà densa di senso e rimandi.  Resa italiana: “Ritornano le Tigri della Malesia (più antimperialiste che mai)”.
Mah…

 

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