Pasquale Faseli
"Siamo tutti mafiosi"
Sangel Edizioni, 2010
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Inizierei con il dire che, a mio giudizio, “Siamo tutti mafiosi” è un esordio eccellente. Ha uno stile definito, efficace, consapevole e che si sviluppa nel corso del testo coerentemente con gli sviluppi delle vicende narrate; ha una trama che si segue con interesse; soprattutto, ha qualcosa da dire.
Il tema è esemplificato dal titolo, che immagino riprenda una famosa frase di Don Luigi Ciotti, a proposito della coraggiosa e sfortunata Rita Atria.
C'è dunque la descrizione di una società in cui non è tanto la mafia a regnare, quanto la mafiosità, un’attitudine ai rapporti e ai modi di condurre la propria vita che attinge alle stesse leggi seguite dalla mafia, che per questo le dà forza e che struttura un’intera società. I costi sono altissimi in termini di energia, di sviluppo, di realizzazione individuale, e Faseli è bravo a rappresentare anche questo aspetto.
La mafia vera e propria nel romanzo appare pochissimo, ma è sempre presente, sullo sfondo delle memorie e del panorama sociale, lo influenza e allo stesso tempo ne raccoglie i frutti. Ricorre infatti la descrizione di quelle prassi e comportamenti legati a filo doppio con l'essere mafioso, sia in senso letterale che in senso lato, e che definire clientelari e anti meritocratici è poco.
“Siamo tutti mafiosi” è anche un racconto in prima persona dell’infanzia, della crescita e dell’ingresso nell’età adulta del protagonista, e i capitoli sono suddivisi secondo il decennio di riferimento delle vicende. Negli anni Cinquanta, Pasquale è un bambino e la Sicilia è una regione agricola, con grandi famiglie intente a sopravvivere grazie alla terra, a maritare i figli e a sistemare questioni di vicinato, di proprietà, di soprusi chiamati con altri nomi. Con un linguaggio simile a quello dei veristi di ormai due secoli fa, e che ben rappresenta anche l’incanto di occhi infantili, ingenui ma più consapevoli di quello che credono gli adulti, viene tratteggiato un mondo arcaico, cotto dal sole e radicato in una terra secca e difficile.
Questo mondo è destinato a modificarsi, prima con l’emigrazione di massa, e quindi con l’arrivo delle consistenti rimesse dalla Germania e l’abbandono graduale delle campagne e delle case di terra in favore dei mega appartamenti in cemento zeppi di rifiniture; poi con la nascita e l’esplosione dell’assistenzialismo, con le terre poco redditizie definitivamente abbandonate e intere giovani generazioni che prima vengono fatte studiare per amore del pezzo di carta, poi vengono piazzate in impieghi statali a scaldare le sedie – quando ci sono. (Appare quasi incredibile la situazione degli impieghi comunali descritta dall’autore: vengono assunti non solo più impiegati rispetto al lavoro effettivo da svolgere, ma perfino rispetto allo spazio fisico da occupare. Non c’è letteralmente posto per tutti gli stipendiati, che finiscono dunque a scaldare le sedie di luoghi più spaziosi: i bar.) Insieme alla società siciliana, cambia anche Pasquale, cresce, sviluppa una personalità e un punto di vista preciso. E cambia anche lo stile, il linguaggio, il lessico, in una progressione anche formale che impreziosisce il romanzo.
“Siamo tutti mafiosi”è un lungo, assorto racconto, una lettura che consiglierei per una serie di altri motivi:
- la vita e la crescita del protagonista sono pretesti, anche per la voce narrante stessa, per raccontare realtà sociali ed esistenziali esperite in prima persona, ma di interesse generale;
- il fatto che la realtà sia vissuta da un personaggio permette un’analisi sì lucida, sì realistica, tuttavia particolare, dal punto di vista di chi in un luogo cresce, vive, respira un’aria di cui diventa consapevole con il tempo e che lo porta a delle scelte; grazie a questa visione al singolare si risparmiano spiegazioni ed esegesi troppo estese e comunque troppo complesse per un singolo, breve romanzo;
- tuttavia, rimane una valenza esemplare, un significato ugualmente forte proprio perché deriva da un’interpretazione cosciente e conoscente, al di là di studi o analisi sociologiche o storiche.
In “Siamo tutti mafiosi” si alternano diversi toni, dalla rassegnazione all’amarezza a una cinica, ficcante ironia. E proprio all’insegna dell’ironia si costruisce un finale surreale, che getta una nuova luce sull’intero percorso narrativo. Non c’è mai indignazione, né sorpresa, forse perché al di là delle rivoluzioni sociali c’è un sostrato che non cambia mai. Non a caso, si cita espressamente “Il Gattopardo”, ci sono anche dei rimandi a Sciascia e il già citato richiamo agli stili veristi, per sottolineare una sicilianità fattuale e anche letteraria.
Faccio qui una parentesi più generale: da italiana non siciliana, rilevo che tanti aspetti e mentalità descritti nel romanzo come siciliani ricorrono anche in altre latitudini. Cambiano, semmai, i modi di agire, non i moventi.
Forse non siamo tutti mafiosi. Ma siamo tutti italiani e dovremmo fermarci a riflettere sul significato, per difficile o scomodo che sia.
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