Vito Introna
"Vorrei che il cielo fosse imparziale"
Edizioni Diversa Sintonia, 2010
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Nota di demerito
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A quasi quarant’anni, Annalisa si ritrova in una situazione di stallo totale: senza un lavoro, inattiva, grassa, depressa e capace solo di autocommiserarsi. I suoi stanchi e goffi tentativi di uscire dall’impasse falliscono uno dopo l’altro, finché l’incontro con tre giovanissimi musicisti non la porta – attraverso una serie di vicissitudini – a trovare una via di fuga.
Più che un romanzo, “Vorrei che il cielo fosse imparziale” è un racconto lungo: al di là del numero di pagine, mancano infatti quella complessità e quell’elaborazione strutturale che avrebbero reso l’opera un romanzo vero e proprio. Si inizia con un lungo preambolo sul passato della protagonista (che, per la sua organizzazione poco omogenea, rasenta a tratti l’infodump) e si procede con un intreccio non del tutto articolato, spesso fuori fuoco, il quale, più che imperniato su Annalisa, sembra sbilanciato verso di lei: il tentativo di introdurre altri personaggi a condurre l’azione (soprattutto Maurizio, che compare a storia inoltrata) rende la scelta poco equilibrata, lasciando il lettore perplesso.
L’essere “fuori fuoco”, a ben vedere, è il difetto principale dell’intera opera e quello che maggiormente ne mina le basi. Gli eventi narrati sembrano disposti senza una effettiva funzionalità o consapevolezza; o, se da parte dell’autore questa consapevolezza c’è stata, essa non arriva del tutto al lettore. Il primo “killer” è la voce narrante, che difetta sia di una completa perdita dell’autore nel narratore, sia – a livello stilistico – di un freno che le impedisca di soffocare il dire nell’urgenza del narrare.
L’autore fa capolino dal narratore con commenti che, per come sono stati inseriti, risultano scollati da tutto il resto. Due esempi a caso: pag. 71, “Alle volte la vita si ostina a dimostrarti che la normalità non è un diritto ma una conquista […]”, chi sta parlando qui? Non è Gemma, protagonista del capitolo, ma un “intruso” che lì non dovrebbe esserci, almeno non in questi termini. E ancora, a pag. 78: “È dura riscoprire certe verità nascoste nel proprio inconscio con tanta cura […]”. Possono sembrare sottigliezze, ma non lo sono: sono crepe nel vetro, che si espandono e incrinano tutta la struttura circostante.
Per quanto riguarda la seconda osservazione, “dire” e “narrare”: la voce narrante segue in modo intrusivo le vicende e la psicologia di Annalisa, ma in modo male organizzato, trasformando quella che avrebbe dovuto essere la sua caratterizzazione in una lunga esposizione didascalica, priva di basi psicologiche solide – o meglio, rese tali da un efficace uso degli strumenti letterari. In narrativa si “mostra” e si “racconta” e sta all’autore dosare questi due elementi, affidando alla scelta di uno o dell’altro – secondo il contesto – il compito di scandagliare la psicologia dei personaggi e comunicarla al lettore. A quest’ultimo non piace essere continuamente istruito sulle motivazioni profonde di quell’uno o quell’altro personaggio: la fruizione è un processo di costruzione bidirezionale, che la ridondanza non solo non facilita, ma rende quasi impossibile. In questo senso non aiutano neppure i dialoghi poco realistici, sia perché eccessivamente verbosi, sia perché carichi di informazioni che i personaggi forniscono di continuo su se stessi, ma che andrebbero esplicitate con altri mezzi.
Un personaggio complesso come Annalisa (che regge quasi l’intero romanzo), se affrontato in questa chiave, risulta al lettore troppo sconnesso e poco leggibile: alla luce di tutto ciò, la soluzione finale (quella che libera la donna dalla sua condizione di stasi e abbrutimento) risulta impropria, semplicistica, priva di una vera chiave di volta. Annalisa rinasce perché finalmente si fidanza: l'intervento quasi ex-machina e salvifico di un uomo arriva al termine di una evoluzione psicologica incompiuta, e ha poco a che vedere con l'interiorità della protagonista. Quello che poteva essere il potenziale tema portante dell'opera – il dramma umano della solitudine, una condizione interiore prima che sociale, e quello di una persona “a perdere”, soffocata dall'abulia – viene così banalizzato e trasformato nel dramma di una zitella che torna alla vita quando, finalmente, qualcuno le infila un anello al dito. Di certo non erano le intenzioni dell'autore, ma è quanto percepisce il lettore.
L'impressione è che ad alcune buone intuizioni (relative soprattutto al personaggio di Annalisa, disadattata, ma anche grottesca, ingenua e a modo suo “cattiva”) non sia corrisposta una sufficiente lavorazione del materiale grezzo: ancor prima che un racconto lungo, infatti, “Vorrei che il cielo fosse imparziale” sembra un lavoro in fieri, con potenzialità ancora da sviluppare, una “bozza programmatica” che, però, non è giunta a concretizzazione prima di essere pubblicata.
Non si prenda questa mia per una stroncatura senza appello: rispetto il lavoro dello scrittore, tanto più quello di Vito Introna, che ha – si vede – dedicato molto affetto alla sua opera. Credo però che, così come si presenta ora, “Vorrei che il cielo fosse imparziale” difetti di una maturità e una compiutezza che gli consentirebbero di vivere “di vita propria”.
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